Paolo Conticini torna al timone di Cash or Trash – Chi offre di più?, il fortunato programma in onda sul Nove che ripartirà con la nuova stagione da lunedì 7 settembre. Ospite del BCT Festival di Benevento, l’attore e conduttore ha raccontato i motivi del successo del format, il valore delle storie che si nascondono dietro gli oggetti portati in trasmissione e il percorso che lo ha portato dalla recitazione alla conduzione televisiva. Non sono mancati anche alcuni spunti più personali sul mestiere dell’artista, fatto di attese, incertezze e della capacità di trasformare i “no” in nuove opportunità.
Intervista a Paolo Conticini al BCT Festival di Benevento
Paolo Conticini, bentornato su SuperGuidaTV. Siamo al BCT Festival di Benevento e tra poco tornerà Cash or Trash – Chi offre di più? sul Nove. Qual è il segreto del successo di questo programma?
«Se esistesse una formula magica non la svelerei mai! Credo che il successo di Cash or Trash sia il risultato di tanti elementi che si sono incastrati nel modo giusto. Gli ingredienti principali sono sicuramente la positività, la leggerezza e anche l’aspetto culturale del programma. Ogni oggetto che arriva in trasmissione porta con sé una storia, un riferimento storico, il racconto di un’invenzione o di un’epoca. A volte vengono presentati oggetti di cui non conosciamo nemmeno l’utilizzo e scopriamo che sono gli antenati di strumenti che oggi fanno parte della nostra quotidianità. Inoltre, è un programma che si distingue da molti altri perché non si urla, non si cerca lo scontro a tutti i costi. Tutto viene raccontato con ironia, eleganza e leggerezza. Sono molto felice di far parte di un format che riesce a differenziarsi in questo modo.»
Quanto conta l’aspetto umano rispetto a quello puramente economico dell’asta?
«Conta tantissimo. Ogni venditore arriva con un oggetto che spesso considera preziosissimo, non solo per il valore economico ma soprattutto per quello affettivo. Può rappresentare un ricordo di famiglia, un regalo ricevuto da una persona importante o un momento particolare della propria vita. Quando poi l’oggetto viene valutato, inevitabilmente l’aspetto sentimentale passa in secondo piano e lascia spazio a quello economico. Però ciò che mi colpisce sempre è l’amore con cui le persone raccontano questi oggetti. Quando qualcuno parla di un oggetto con così tanta passione, significa che ha una sensibilità profonda e un modo intenso di guardare alla vita. È questo che rende ogni storia speciale.»
C’è un oggetto particolarmente curioso che vedremo nella nuova stagione?
«Più che gli oggetti, sono i personaggi a sorprendermi ogni volta. Nel corso delle registrazioni abbiamo incontrato persone davvero incredibili: cercatori d’oro, collezionisti particolarissimi e appassionati di oggetti davvero insoliti. Dopo tante stagioni faccio fatica a individuare un singolo oggetto, ma posso dire che anche quest’anno ci saranno storie e personaggi capaci di stupire il pubblico.»
Negli ultimi anni il pubblico ti ha visto sempre più spesso nelle vesti di conduttore. Che cosa ti piace di questa dimensione televisiva?
«In realtà non è stata una scelta programmata. Mi sono semplicemente capitate delle opportunità e ho cercato di coglierle al volo. Quando una cosa funziona è giusto seguirla e valorizzarla. La conduzione è arrivata quasi per caso: tanti anni fa mi proposero di presentare i David di Donatello, poi arrivò lo Zecchino d’Oro, quindi altre esperienze e infine Cash or Trash. Con questo programma ho trovato una dimensione che mi appartiene molto perché mi permette di essere me stesso. Posso incontrare persone, ascoltare storie straordinarie e vivere ogni puntata come un’esperienza diversa.»
Nel mondo dello spettacolo ci sono anche momenti di pausa e di incertezza. Ti è mai capitato di affrontarli?
«Assolutamente sì. Lo racconto spesso. In questo periodo meno, perché tra Cash or Trash e il teatro gli impegni si sono incastrati bene e ho la fortuna di lavorare con continuità. Ma ogni volta che termina un contratto c’è sempre il timore che non arrivi subito un’altra opportunità. Io scherzando dico sempre che siamo “serenamente disoccupati”: finisce un lavoro e resti lì ad aspettare la prossima chiamata. All’inizio della carriera vivevo questa situazione molto male. Pensavo che, una volta concluso un progetto, non sarebbe più arrivato nulla. Poi ho capito che questo mestiere è fatto anche di attese, di pazienza e della capacità di aspettare il momento giusto. Credo che una carriera artistica si costruisca soprattutto attraverso i no. Le occasioni arrivano, ma bisogna essere bravi a riconoscere quelle giuste e ad avere il coraggio di coglierle quando si presentano.»









