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Ottobre presenta “BESTIA”: “Scrivere questo disco è stata una psicoterapia” – Intervista

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In occasione del lancio di “BESTIA”, il suo nuovo album, Ottobre si racconta a noi di SuperGuidaTV in un’intervista che attraversa il suo percorso artistico e personale. Dalla ricerca di un’identità sonora più autentica al bisogno di dare corpo alle emozioni, passando per le influenze musicali, il rapporto con la scrittura e il ricordo della famiglia, la cantante svela il significato più profondo del disco. Un lavoro che definisce anche una forma di psicoterapia e che arriva in un momento di maggiore consapevolezza.

L’intervista a Ottobre

Ottobre, benvenuta su SuperGuidaTV. Siamo qui per parlare del tuo nuovo album, “BESTIA”. Partiamo proprio dal titolo: perché questa scelta? Qual è la bestia che vuoi far emergere e in quali momenti viene fuori?

La bestia, in realtà, sono io. Per la copertina le ho dato un abito un po’ più elegante, quello della mantide religiosa, perché credo rappresenti al massimo ciò che per me è la bestia e ciò che sono io: da una parte quella componente più rude e oscura, dall’altra quella più delicata e docile.

In quale momento della tua carriera arriva questo album? Perché proprio adesso?

Arriva sicuramente in un momento di maggiore maturità, sia sonora sia nella scrittura, ma anche nella vita. È un disco nato quando ho capito di poter veicolare i miei dolori attraverso questa modalità. Posso dire assolutamente che arriva nel momento migliore.

È stato come un paracadute, perché mi ha aiutata a capire tante cose. Scrivere questo disco è stata un po’ una psicoterapia, ed è anche per questo che sarà molto bello, ma doloroso, staccarmi da tutto ciò che rappresenta.

È anche un album che arriva in una fase di cambiamento musicale. È così che vivi questo progetto?

Sì, totalmente. In generale, mi sembra che ci sia molto movimento sul piano sonoro, sia nel mondo sia in Italia. Questo disco arriva anche in un momento di cambiamento musicale per me. Tutto quello che c’è stato prima è stato bellissimo, ma mi sembrava che fosse diventato tutto troppo piatto. Ho capito, non da sola ma anche grazie alle persone che lavorano con me, che questa era la strada giusta: questo era il suono e questo era il mio modo migliore di cantare.

Qual è il brano dell’album che ti ha messa maggiormente alla prova, magari anche dal punto di vista psicologico?

Ho avuto tante difficoltà diverse con ogni brano. “Barnico” è rimasto esattamente com’era stato registrato, durante un pomeriggio in cui ero particolarmente provata. Abbiamo deciso di tenere le voci così come erano. È sicuramente uno dei brani più viscerali e più nudi. Anche “Parlami d’amore Mariù”, che non è un mio brano originale, mi mette molto in difficoltà. In realtà, però, ci sono aspetti complessi un po’ in tutto il disco. Se devo sceglierne uno, direi “Barnico”.

Hai citato “Parlami d’amore Mariù”. Come mai hai scelto proprio questa canzone?

“Parlami d’amore Mariù” è la canzone che mia nonna cantava a mio nonno, soprattutto negli ultimi periodi della sua vita. Mio nonno è venuto a mancare esattamente dieci anni fa, domani. È anche il motivo per cui il disco esce stanotte, ed è il motivo per cui mi chiamo Ottobre. Tanti anni fa avevo deciso che, se avessi realizzato un album, avrei dovuto iniziarlo proprio con quel brano. Poi ho trovato un video in cui mia nonna lo canta a mio nonno insieme a mia zia e ho deciso di utilizzare esattamente quell’audio. Tra l’altro, mia nonna non lo sa ancora: dovrò dirglielo domani. Ma va bene così.

Nei tuoi brani ricorrono parole e immagini molto fisiche, come pugnali, mosche, ragni, spine e bestie. Perché senti il bisogno di trasformare le emozioni in qualcosa di quasi corporeo, di concreto?

In realtà non lo so. Forse dipende un po’ dal mio percorso di vita, perché ho fatto tanti anni di danza e il corpo è stato una parte fondamentale della mia esistenza per moltissimo tempo. Adesso non sono più una danzatrice, ma resta una memoria corporea che non riesco a rimuovere. Sono sempre stata attratta da quel tipo di fisicità e dall’arte del corpo in tante forme diverse: la danza, l’arte performativa e il mondo della performance. In più, a volte sento di dovermi spingere verso un punto un po’ violento per riuscire a concretizzare un’idea. Quindi sì, forse è una mia tendenza.

Quanto Ottobre è diventata una maschera attraverso cui puoi dire cose che Giulia, magari, non direbbe?

Per assurdo, tanto e poco. Nella vita quotidiana sono sempre molto diretta, quindi in questo senso è poco. Allo stesso tempo, con Ottobre non ho alcun tipo di filtro. Non amo dividere Giulia e Ottobre. Preferisco parlare di due dimensioni che si intrecciano. Non mi piace neanche parlare di progetto, perché in realtà sono io, forse in una versione un po’ più nuda e cruda, ma sono sempre io.

Che cosa ti spaventa di questo mestiere?

Assolutamente niente. Non ho paura. Ho paura soltanto che non diventi il mio mestiere: quella è l’unica paura che ho.

Che cosa sei disposta a fare perché la musica diventi il tuo lavoro?

Tutto, praticamente tutto. Dedico a questo tutto il tempo che ho, tutta me stessa e tutto il mio percorso di vita, anche quello precedente. A volte penso che non lo faccio perché qualcuno me lo chiede: lo faccio perché non avrei un’alternativa. È qualcosa di spontaneo, che fa parte di me. Ho iniziato a cantare quando avevo forse cinque anni: cantavo le canzoni dello Zecchino d’Oro, ancora prima di iniziare a fare danza. È stata una cosa molto radicale, e non puoi togliere a un albero una radice.

Quando hai capito che la musica era la strada da percorrere? Perché hai scelto proprio la musica?

Perché mi sentivo particolarmente libera. Non l’ho capito subito, appena ho iniziato a fare musica. L’ho compreso dopo, quando ho capito — scusate il gioco di parole — che attraverso la musica potevo raggiungere un livello di libertà che non riuscivo a trovare in altri modi.

Chi sono i tuoi miti musicali? Che cosa ascolti?

La prima che nomino sempre, indiscutibilmente, è Hayley Williams. Sono cresciuta inconsciamente con lei: è stata la prima voce che ho ascoltato attraverso una canzone dei Paramore che mi aveva fatto sentire mia sorella, quando ero molto piccola. Negli anni, senza rendermene conto, l’ho portata con me ed è sempre stata una sorta di musa ispiratrice.

Fa ridere pensare che nell’ultimo anno abbia sviluppato questa venerazione per Marilyn Manson. Devo sottolineare che da piccola avevo una grande fobia nei suoi confronti, causata da mio cugino, che era un suo grandissimo fan e aveva infiniti poster di Marilyn Manson in camera. Per me era un incubo, mentre oggi sono una delle sue più grandi fan.

Attualmente mi vengono in mente gli Spiritbox e i Linkin Park. Emily Armstrong sta facendo un lavoro incredibile. Se devo citare qualcosa di molto diverso e lontano da questi riferimenti, una delle mie canzoni preferite è “C’è tempo” di Ivano Fossati. Non c’entra niente con gli altri nomi che ho fatto, ma è una canzone a cui tengo molto.

Un’ultima domanda: che cosa diresti oggi a quella piccola Giulia di cinque anni che cantava le canzoni dello Zecchino d’Oro?

Le direi di fermarsi ogni tanto un attimo, di guardarsi indietro e di non correre sempre.

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