Un legame di coppia messo a rischio dal tema dell’adozione, con la decisione di crescere o meno insieme un bambino che è soltanto l’ultima di molte crescenti idiosincrasie tra i protagonisti. Ma, come dice il proverbio, gli opposti si attraggono e proprio sulle diversità da conciliare fa leva il nuovo film di Daniele Luchetti, che ci mostra ancora una volta un’Italia popolare, specchio di una realtà più o meno inflazionata nell’immaginario comune tricolore.
In Noi, un po’ meglio la sceneggiatura mette da una parte il bisogno di stabilità e di appartenenza e dall’altra la voglia di andare contro i luoghi comuni, ma si ritrova ben presto a raccontare modelli familiari precostituiti, con le rispettive esperienze personali che inevitabilmente finiscono per condizionare la scelta chiave dei personaggi, trascinati più dagli eventi e dallo scorrere di quel tempo tiranno che da un’effettiva necessità, o almeno così sembra.
Noi, un po’ meglio… o forse no – recensione
Tutto ha inizio con un incidente automobilistico nel quale rimane coinvolta Lucia, salvata dall’intervento dei vigili del fuoco, grazie al quale ha modo di conoscere proprio uno di loro, ovvero Simone, con il quale scatta un immediato colpo di fulmine. Tanto che quattro anni dopo li ritroviamo ancora assieme, felicemente conviventi ma paradossalmente incerti sui rispettivi futuri e su cosa vogliano realmente dalla vita.
Lui ama l’ordine, la sua famiglia numerosa e tradizionalista e le occasioni di ritrovo con i parenti, mentre lei preferisce mantenere la propria indipendenza, complice anche un rapporto conflittuale con sua madre. Ma soprattutto Lucia non ha mai desiderato diventare madre e, a causa di una condizione congenita, non può avere figli biologici, mentre Simone, complice anche la propria esperienza, comincia a covare sempre più il desiderio di diventare padre. La donna accetta l’idea di un’adozione, ma i passaggi per arrivare a ottenere l’idoneità all’adozione di un bambino sono più complicati del previsto…
A casa tutti bene
Ci troviamo davanti a una commedia sentimentale con venature drammatiche che intende esplorare la complessità dei rapporti di coppia, senza ricorrere necessariamente a conflitti particolarmente elaborati o a soluzioni senza via d’uscita. Si vorrebbe aprire un dibattito più o meno lucido sul tema dell’adozione, ma a conti fatti la sceneggiatura finisce per rivelarsi parzialmente didascalica nel raccontare la vicenda dei due protagonisti, che, giocoforza, risultano affidati a stereotipi vari e assortiti, in particolare per ciò che concerne il parterre di figure secondarie che ruotano loro intorno.
Non è un caso che a funzionare maggiormente sia la prima parte, grazie alla naturalezza con la quale viene introdotta la relazione tra Simone e Lucia, interpretati con la giusta convinzione da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta. Sono infatti due persone che hanno imparato ad accettarsi senza voler cambiare l’altro a ogni costo, ma che ora si trovano di fronte a un potenziale punto di non ritorno dal quale rischiano di non tornare più indietro.
Amarezza e ironia convivono nel corso dei cento e rotti minuti di visione, anche se, come accennato, la narrazione comincia a insistere troppo su certe dinamiche, che finiscono per condurre la storia attraverso passaggi prevedibili, molti dei quali avrebbero potuto essere tranquillamente evitati senza strizzare forzatamente l’occhio alle risapute atmosfere nazional-popolari.
Conclusioni finali
Lui, lei e l’altro, dove il terzo incomodo altro non è che quel vuoto genitoriale da riempire, con l’idea di un’adozione inizialmente divisiva che sembra poi mettere d’accordo tutti, salvo andare incontro a nuovi ostacoli che minano l’apparente serenità della coppia.
Noi, un po’ meglio convince quando affronta le dinamiche relazionali squisitamente interne al duo principale, salvo scadere nel ritratto di un’Italietta caricaturale, con un contorno che cede agli stereotipi. Elio Germano e Maria Chiara Giannetta sono comunque perfetti nei ruoli principali e danno vita a passaggi emotivamente credibili anche quando la scrittura perde di coesione.