Dopo aver chiuso l’anno passato con la pubblicazione del singolo “Sancu”, in un 2025 ricco di successi, dal suo disco “Non c’è mare” che lo ha portato ad esibirsi in più di 50 date per il suo “Non c’è tour”, fino all’apertura delle date nei teatri di Carmen Consoli, Nico Arezzo è pronto a tornare oggi con “Non c’è fretta” (Take away Studios distribuito da Artist First), il suo nuovo album, realizzato con il contributo di Nuovo Imaie, uscito lo sorso 16 gennaio. Noi di SuperGuidaTv abbiamo intervistato Nico Arezzo e co lui abbiamo parlato del nuovo progetto musicale.
Intervista a Nico Arezzo
Nico Arezzo, benvenuto su SuperGuidaTV. Siamo qui per presentare il tuo nuovo album “Non c’è fretta”. Che momento della tua vita racconta questo disco?
Questo album racconta un periodo molto intenso: un anno e mezzo di follie, di corsa continua. Siamo stati sempre in giro, abbiamo seminato tanto, investito tanto e lavorato tantissimo in poco tempo. L’uscita di “Non c’è fretta” è un po’ come guardarsi indietro e capire cosa ha prodotto questa corsa infinita, cosa sta crescendo. Non dico che sia una ricerca di pace, perché di fretta lo siamo sempre, ma è il tentativo di capire cosa ha generato tutto questo movimento.
Se “Non c’è mare” era una mappa di luoghi e radici, questo nuovo album sembra guardare più al tempo. In che punto del tuo tempo personale ti trovi oggi?
Oggi il mio tempo è poco e vorrei averne molto di più. Sto imparando a gestirlo, o almeno ci sto provando. Ho trovato degli angoli che mi piacciono parecchio, e in questo disco si vedono molto, anche dalla copertina. Li ho trovati soprattutto nella natura. Spesso mi trovo in contesti dove tutto corre, ma quando arrivi in certi posti, circondato dal verde, riesci ad allentare. Sono in un momento di attesa e di ricerca di questi spazi, perché lì riesco davvero a respirare.
Perché il titolo Non c’è fretta?
Così come il primo album, “Non c’è mare”, era completamente dedicato al mare, alla nostalgia e alla distanza da casa, questo disco nasce invece nella fretta. È quasi l’opposto. “Non c’è fretta” è un consiglio che do prima di tutto a me stesso, perché non sono bravo a rilassarmi, e spero poi di darlo anche a chi ascolta. È un invito a vivere le cose in modo più semplice, in un’epoca che ci chiede di essere sempre veloci e produttivi.
In un’epoca che ci spinge alla velocità, dire “non c’è fretta” è stata una scelta artistica o un atto di resistenza?
Io non scelgo la lentezza, io la vorrei. È una ricerca. Sicuramente è un atto di resistenza, perché a un certo punto nasce una forma di rabbia verso ciò che ti circonda. Tutti corrono, tu corri, ma spesso nessuno ti sta davvero chiedendo di farlo. È una resistenza che, quando ne parli con gli altri, diventa quasi collettiva: tutti si rendono conto di correre senza sapere bene perché. Forse se ci fermassimo un attimo, staremmo tutti un po’ meglio.
Cosa hai scoperto di te stesso lavorando a questo progetto?
Ho scoperto tantissime cose. Dal punto di vista pratico, ho capito che mi piace lavorare a qualcosa di più grande, non al singolo brano ma a un album intero. Ti permette di gestire le idee in modo diverso, di farle dialogare tra loro. A livello personale ho imparato che, anche rallentando un po’, le cose arrivano comunque. È una consapevolezza che probabilmente arriva con l’esperienza: magari non sempre riesci, ma se provi ad andare qualche chilometro orario più piano, va bene lo stesso.
La Sicilia attraversa tutto il progetto. Che tipo di legame hai oggi con la tua terra?
Nel primo disco è stata una scoperta, quasi un gioco. Portandolo live in giro per l’Italia ho capito che al pubblico piaceva, anche se spesso non mi capivano neanche. Scrivere in siciliano, cantarlo e portarlo sul palco mi divertiva molto. In questo album il siciliano è ancora più presente. Ho pubblicato diversi singoli e uno di questi è totalmente in siciliano, una cover di Modugno. È stato un modo per dire: il siciliano farà parte del prossimo album, per ora mi avvicino attraverso le parole di qualcun altro. È un rapporto che sta crescendo e ne sono felicissimo.
Nei brani c’è uno sguardo critico su un sistema che svuota la musica del suo valore umano. Oggi cosa ti fa più “rumore” nell’industria musicale?
Credo che spesso l’artista sia completamente inconsapevole. Parlo per esperienza: quando sei emergente non sai davvero a cosa vai incontro. Arrivano proposte, accetti o rifiuti senza conoscere cosa c’è dietro, perché nessuno te lo spiega. A livello artistico poi sento che spesso si scrive per far contento qualcun altro, seguendo mode, linguaggi e contesti imposti. Se invece si partisse da qualcosa di personale, saremmo tutti più originali e interessanti. Per questo credo molto negli artisti indipendenti e in chi mi sta attorno: stanno portando avanti una piccola rivoluzione che va in questa direzione.
Tu sei partito da dietro le quinte e oggi sei davanti al pubblico. Quanto ti ha formato questo percorso?
Moltissimo. Devo ringraziare i miei genitori: sono cresciuto in una famiglia che mi ha fatto vivere il palco dal backstage. È una grande fortuna, perché capisci davvero cosa c’è dietro, e quello che c’è dietro è meraviglioso. È stato super formativo anche ora, nelle aperture teatrali importanti che ho fatto. L’emozione c’è sempre, ma mi trovavo in contesti che conoscevo già, e questo mi ha aiutato tantissimo.
Da marzo partirà il tour Minchia che tour 2026. Che esperienza vuoi far vivere al tuo pubblico?
Nella mia testa c’è già un bel disegno, anche se è successo tutto così velocemente che stiamo ancora metabolizzando l’uscita del disco. Stiamo pensando a cose divertenti e belle, prima di tutto per noi e poi per il pubblico. Cerco sempre di portare uno spettacolo che faccia provare tante emozioni: rabbia, tristezza, felicità. Vorrei lasciare un quadro fatto di tanti colori. Nella mia testa, in questo momento, è tutto molto divertente. Vedremo cosa succederà.
Ultima domanda: siamo nel 2026. Stai seguendo Sanremo? Come lo vedi?
Ti dico la verità: no, sono stato chiuso a fare il disco. Però sono curioso. Vedo che tutto cambia molto di anno in anno, perché tutto corre sempre più veloce. Non so se in meglio o in peggio. Mi sembra che si cerchi sempre l’idea giusta per avvicinare i giovani, quando forse basterebbe portare dei bei pezzi e basta. Se le canzoni sono belle, non serve farsi troppi pensieri. Poi è chiaro che le strategie esistono, ma secondo me è tutto molto più semplice: vai lì con dei pezzi forti e basta. Vediamo quest’anno, sono curioso.