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Never let go – A un passo dal male: l’ombra del dubbio in un horror irrisolto – Recensione

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Una madre (soprav)vive con i suoi due figlioletti Nolan e Samuel in una remota casa nel cuore del bosco. Secondo la donna, delle forze sovrannaturali maligne hanno invaso il mondo esterno e quella dimora sperduta è l’unica ancora di salvezza, nella quale loro continuano a esistere come unici superstiti di un’imprecisata apocalisse.

In Never let go – A un passo dal male, la genitrice continua a essere vittima di spaventose visioni, allucinazioni che non coinvolgono invece i bambini, costretti a credere alla versione materna e ad allontanarsi nella vicina foresta, in cerca di cibo, soltanto legati a delle strette corde. Un giorno Nolan comincia a dubitare che quanto gli sia stato raccontato corrisponda a verità e intende comprendere quanto vi sia di reale in quella storia dell’orrore che di fatto li ha sempre isolati dal resto del mondo: un dubbio che potrebbe cambiare tutto per sempre.

Never let go: andare o restare – recensione

Il voice-over a introdurci al background, la divisione in capitoli, una narrazione parzialmente lineare che spinge il pubblico a covare gli stessi sospetti del piccolo Samuel, imprigionato in una rete di obblighi e rigide regole basati su un qualcosa che si ignora sia vero o meno. Ma è proprio nella sua esplicita ambiguità, per altro mai del tutto chiarita, che Never let go – A un passo del male trova sia i suoi punti di forza che un’evidente debolezza di fondo, con quel finale che non risolve del tutto le piste, false o no che siano, aperte in precedenza.

Non è un caso che l’atmosfera si sfaldi inesorabilmente proprio alla resa dei conti, ossia quando il film si trova a dover decidere e svelare infine le proprie carte, senza però trovare una soluzione compiuta e soddisfacente a chiudere questa non certo nuova contaminazione tra dramma familiare e horror sovrannaturale, con tutte le conseguenze del caso.

Never let go – A un passo dal male: Una madre pronta a tutto

Fino a quando resta in scena la figura chiave di Halle Berry, in una delle interpretazioni più sentite e sofferte della sua intera carriera, Never let go – A un passo dal male possiede una forza intimista a tratti struggente, con i ricordi raccontati e quelle inquietanti allucinazioni / visioni di creature mostruose simili a deturpati zombi che regalano qualche sano spavento a tema. Invece è più didascalico il legame tra i due fratelli, giocato su gelosie e pareri discordanti, e il tema della famiglia e del distacco dalle mure domestiche che poteva essere sfruttato in maniera assai più incisivo.

Il regista francese Alexandre Aja, che ricordiamo soprattutto per il folgorante Alta tensione (2003) e per il remake de Le colline hanno gli occhi (2006), cerca qui di realizzare il suo The Village (2004) a basso costo, senza però possedere le geniali intuizioni del collega M. Night Shyamalan. Qui non importa infatti cosa sia vero e falso, in una disgregazione dei rapporti umani e di sangue che si sfilaccia inesorabilmente, lasciando che la società e il mondo esterno diventino spauracchi di un’integrazione tutta da conquistare, tema paradossalmente assai attuale tra famiglie del bosco assai più reali e contraddittorie.

Conclusioni finali

Un mondo a parte quello dei tre protagonisti di Never let go – A un passo dal male, con la madre di Halle Berry e i suoi due figli ancora bambini costretti a una vita da reclusi per via di quel presunto Male che si nasconderebbe al di fuori della loro casa nel bosco, unico rifugio sicuro dalle inquietanti visioni che affliggono la donna, reali o meno che siano. La prima parte del film innesta un certo torbido fascino e quell’ombra del dubbio che aumenta la curiosità del pubblico, curiosità purtroppo mal ripagata dall’inconcludente rivelazione che tira un colpo al cerchio e l’altro alla botte.

Pur con alcuni momenti di sano terrore e con un’atmosfera che per la prima ora regge degnamente il bandolo della matassa, il film si sgretola in un nulla di fatto, lasciando suggestioni inespresse e vanificando quell’approccio metaforico pur ricco di potenzialità sull’ansia materna e il relativo distacco dall’orbita genitoriale, con “il ragazzo selvaggio” pronto a essere inglobato da una civiltà che nasconde al contempo paure e speranze.

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