La protagonista di Monolith è una giornalista investigativa in cerca di uno scoop che si è rifugiata nella spaziosa casa modernista dei genitori, isolata sulle colline sopra Adelaide. Ha firmato un articolo esplosivo accusando qualcuno di un grave crimine, salvo poi fallire nella verifica delle fonti, trasformando un’inchiesta giornalistica in una causa per diffamazione e mandando la propria carriera in frantumi. Per tentare di risalire la china si dedica anima e corpo a un podcast clickbait su misteri irrisolti e teorie cospirazioniste, realizzato nella solitudine di quella dimora lussuosa e al tempo stesso soffocante.
Quando riceve un’email anonima contenente un nome, un numero di telefono e una sola parola – brick, mattone – decide di indagare. Floramae è una donna delle pulizie che racconta di aver trovato un misterioso mattone nero, intensamente opaco, nella casa dove lavorava, un oggetto poi scomparso senza spiegazioni. A quel punto iniziano ad arrivare altre testimonianze di persone che affermano di essersi imbattute in oggetti simili. Il racconto si fa sempre più intricato, spingendo la reporter ad andare a fondo, ignara del pericolo in cui si sta lentamente infilando.
Monolith: contro un muro – Recensione
La forza di Monolith non risiede tanto nel mistero legato a questi enigmatici manufatti – alieni o meno, come qualcuno sostiene – quanto nella discesa negli inferi psicologici affrontata dall’unico personaggio che occupa la scena. Una donna in profonda crisi personale, interpretata con notevole intensità da Lily Sullivan, futura protagonista del violento remake La casa – Il risveglio del male (2023).
Fin dai primi minuti è chiaro che la protagonista stia compiendo qualcosa di moralmente ambiguo, andando a scavare laddove la logica consiglierebbe di lasciare perdere. Ma il bisogno di controllare una narrazione, di diffondere al mondo qualcosa di sconvolgente e inedito, si rivela troppo seducente per essere ignorato. Non a caso, a un certo punto, un interlocutore le pone la domanda chiave: “Ci credi davvero o vuoi crederci?”. È proprio in quella risposta sospesa che si annida il seme della caduta, destinata a condurla verso un epilogo che rappresenta un autentico punto di non ritorno.
Monolith: Genesi e risultato
Quando nel 2022 la South Australian Film Corporation e l’Adelaide Film Festival lanciarono il programma Film Lab: New Voices, pensato per sostenere giovani talenti emergenti, pochi avrebbero immaginato che da quel laboratorio di undici mesi sarebbe nato uno dei thriller più inquietanti e formalmente audaci degli ultimi anni. Monolith segna l’esordio alla regia di Matt Vesely, su sceneggiatura della parimente debuttante Lucy Campbell, ed è un film a basso budget che fa della sottrazione la propria cifra stilistica: un’unica ambientazione, una sola attrice, un’idea semplice ma carica di suggestioni.
Chi cerca ritmo sostenuto e svolte adrenaliniche potrebbe restare spiazzato, ma chi saprà concedergli il giusto tempo troverà soluzioni tutt’altro che banali lungo i suoi novantaquattro minuti di visione. Il racconto assume i contorni di un caso quasi alla X-Files, immergendosi nei meandri di una mente infranta e lasciando allo spettatore il compito di distinguere tra realtà e proiezione. Anche l’epilogo va maneggiato con cautela, sospeso com’è tra paranoia, senso di colpa e ricorso al doppelganger come strumento di espiazione.
Conclusioni finali
Un thriller sci-fi high-concept che si svolge interamente in una singola location, con un’unica attrice in scena per tutti i novantaquattro minuti di durata, impegnata a interagire telefonicamente con individui che aggiungono gradualmente tasselli al mistero centrale. Un enigma legato alla comparsa di un mattone nero di origine sconosciuta, che qualcuno ipotizza possa essere di natura extraterrestre.
Monolith parte da una premessa a rischio cliché, ma riesce a raffinarla strada facendo, costruendo una tensione che cresce in modo costante fino alla “resa dei conti” finale, valorizzata dal volto teso e magnetico di Lily Sullivan, autentico perno dell’intero edificio narrativo. Una riflessione sui sensi di colpa che passa attraverso dinamiche da cinema fantas(cien)ti(fi)co, adattate alla fallibilità umana e alla credulità dimorante sul web.