Ciò che ci aspetta nella Los Angeles del 2029 è una vera e propria distopia da manuale, memore delle influenze robocopiane. Una società nella quale il crimine dilaga e lo Stato ha progettato il Mercy Capital Court, un sistema giudiziario futuristico basato sull’intelligenza artificiale. Un’AI, ribattezzata Judge Maddox e dalle sembianze su schermo femminili, processa, giudica ed esegue la condanna nell’arco di novanta minuti.
Il protagonista si risveglia all’interno del sistema: ubriaco, legato a una sedia che potrebbe essere anche luogo della sua dipartita e accusato dell’omicidio di sua moglie. Il detective Chris Raven, paradossalmente tra i principali sostenitori di Mercy, ha quindi soltanto un’ora e mezza per provare la propria innocenza, potendo risalire a frammenti della sua vita registrati su schermo e con libero accesso alle videocamere di sorveglianza dell’intera metropoli. Ma rintracciare il reale colpevole e scagionarsi, per di più in un tempo così limitato, non sarà per nulla semplice…
Mercy: fino all’ultimo colpo di scena – recensione
Il film si sviluppa come una forsennata, ansiogena, corsa contro il tempo, nella quale il pubblico ha pressoché accesso alla medesima visuale del malcapitato protagonista, con una visione quasi interamente mediata da schermi, archivi digitali, bodycam dei poliziotti e database governativi.
Esiste un punto di rottura che potrebbe irretire buona parte degli spettatori, soprattutto chi poco abituato ai cosiddetti screen-life movie, ovvero quei film dove lo schermo di un computer gioca un ruolo fondamentale per l’effettiva risoluzione della trama. E qui il regista Timur Bekmambetov, che nelle vesti di produttore aveva già bazzicato il filone con il franchise horror di Unfriended, con l’interessante dittico thriller tematico formato da Searching (2018) e Missing (2022) e col mediocre aggiornamento ad hoc de La guerra dei mondi (2025), si mette in gioco in prima persona per un titolo senza dubbio affascinante ma non privo di imperfezioni.
Il mondo che ci aspetta?
Mercy si propone di tramutare ansie reali, dall’eccesso di sorveglianza che annulla la privacy all’ingerenza dell’intelligenza artificiale nel mondo contemporaneo, fino a quel piedistallo morale da social nel quale siamo tutti giudici, in puro carburante spettacolare. E almeno nella fase iniziale l’operazione funziona, riuscendo a interessare chi guarda a quanto accadente in scena, spinto almeno da quella curiosità che nella prima mezzora porta ad appassionarsi alla vicenda.
Ma col procedere dei sempre più tumultuosi eventi la sceneggiatura inevitabilmente finisce per sfilacciarsi, con una parte finale dove il meccanismo si rompe parzialmente instradandosi su territori più tipici dell’action-movie classico, tradendo in parte la premessa alla base.
Ci troviamo davanti ad un thriller che è una sorta di esercizio di montaggio, tanto originale quanto potenzialmente fine a se stesso: jump cut, flussi simultanei di immagini e video che cercano di simulare un senso di perenne urgenza, mettendoci in tempo reale nei panni di questo detective la cui vita è in bilico con lo scorrere inesorabile dei secondi. Le influenze narrative richiamano ovviamente a un cult del calibro di Minority Report (2002), ma a conti fatti Mercy si rivela poi assai meno ambizioso, con più contro che pro.
Conclusioni finali
“Tutti, umani o AI, impariamo dagli errori” sostiene una battuta nel convulso tour de force conclusivo di Mercy, un film che però di sbagli ne commette diversi dopo una pur buona parte iniziale. Il filone degli screenlife al servizio di una storia fantascientifica ambientata in un 2029 che sembra assai poco ipotizzabile al giorno d’oggi, dove l’intelligenza artificiale viene usata anche nei tribunali, nelle triple vesti di accusatrice, giudice e boia.
Rebecca Ferguson quale macchina implacabile e sulla carta incapace di sbagliare e Chris Pratt come imputato chiamato a provare la propria innocenza in un arco di tempo assai ridotto, caratterizzano un’ora e mezza di visione che dopo una buona partenza cede il passo alla monotonia, con forzature che si sprecano in uno script più farraginoso del previsto.