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Max: un dog-movie tra patriottismo e racconto di formazione – Recensione

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Max è un pastore belga in dotazione all’esercito, addestrato per fiutare esplosivi e armi e impiegato dalle forze armate americane in Afghanistan, dove “presta servizio” al fianco del marine Kyle Wincott. I due formano una coppia affiatata, ma durante una missione nella provincia di Kandahar il soldato perde la vita in circostanze che sembrano legate a un’imboscata da parte dei talebani. Max, traumatizzato dalla morte del suo compagno e affetto da disturbo da stress post-traumatico – perché sì, può colpire anche gli animali – diventa ingestibile e aggressivo. L’esercito decide di congedarlo e di restituirlo alla vita civile, anche se corre il rischio di essere soppresso.

Per salvarlo, la famiglia Wincott, residente nel piccolo centro texano di Lufkin, decide di adottarlo. Ray, il padre, è un veterano del Vietnam dal carattere rigido che gestisce un deposito di armi e materiale militare. La moglie Pamela cerca di mantenere unita una famiglia lacerata dal lutto, mentre Justin, il fratello quattordicenne di Kyle, è un ragazzo introverso e solitario che preferisce i videogiochi alle responsabilità della vita reale. Proprio lui si lega profondamente a Max, dimostrando di essere la sola persona in grado di calmarlo. Col tempo i due stringeranno un legame speciale che aiuterà entrambi a superare il trauma della perdita, ma dovranno affrontare anche inaspettati pericoli.

Max: un’amicizia che supera ogni confine – recensione

Un canonico dog-movie che scava a più non posso nella melassa e nella retorica a stelle e strisce, inserendosi nella lunga tradizione hollywoodiana di pellicole dedicate al rapporto tra uomini e animali. L’elemento distintivo è l’ambientazione militare e il tentativo di affrontare tematiche legate al superamento del lutto, con la figura del compianto Kyle che diventa ingombrante nelle dinamiche emotive di chi è rimasto.

Spunti potenzialmente intrisi di notevoli sfumature drammatiche che però si smarriscono in una sceneggiatura tronfia e spiccatamente patriottica, tanto che il prologo sembra raccontare tutto tranne che una guerra reale, con i militari americani che visitano un villaggio afghano come se fossero in un’innocua scampagnata. Non si mostrano i lati oscuri del fronte, lasciando che anche i personaggi apertamente più odiosi e chiusi trovino una loro redenzione, a cominciare da quella figura paterna di padre-padrone che si scopre poi dal cuore d’oro e risolutivo nel momento del bisogno.

L’elefante nell’armadio e il cane in gabbia

Il coming-of-age del protagonista, interpretato dal giovane Josh Wiggins che si era già fatto notare nel ben più convincente Hellion (2014), vorrebbe raccontare l’insicurezza e la fragilità di un adolescente che si sente inadeguato agli occhi del padre e vive all’ombra del fratello, morto da eroe. Il suo percorso di crescita, con tanto di interesse romantico appena accennato, segue binari prevedibili e prepara il campo a situazioni alquanto gratuite che vedono l’utilizzo della mountain bike quale mezzo per corse o fughe spericolate.

Ma dove Max soffre terribilmente è nella sua forzata svolta criminale che nella seconda metà prende progressivamente il sopravvento, con un colpo di scena legato alla tragica morte di Kyle e l’introduzione di un inaspettato nemico su cui far fronte comune, ricompattando le fila di quella famiglia disastrata. Contrabbando di armi, malviventi messicani e inseguimenti nel bosco attiguo alla cittadina teatro degli eventi, per un approccio che tenta di seguire le logiche del cinema di genere senza possederne la personalità necessaria.

Una mancanza di equilibrio e una disomogeneità di atmosfere trasformano così il film in un ibrido poco riuscito, che cerca di farsi cinema avventuroso in stile anni Ottanta cadendo però in evidenti ingenuità e nella voglia di raccontare anche troppo senza una narrazione abbastanza matura e precisa alle spalle.

Conclusioni finali

Un dog-movie che mescola dramma familiare, avventura adolescenziale e riflessioni sul prezzo della guerra e sui traumi che questa comporta, sia per chi è tornato sia per chi deve fare i conti con un lutto impossibile da accettare. Max vuole essere troppo, con risultati altalenanti, e la svolta tensiva della seconda metà non fa che confermare quest’impressione.

L’amicizia tra il giovanissimo protagonista, adolescente tormentato alle prese con un padre difficile e l’ingombrante ombra del compianto fratello maggiore, e quel cane che non trova pace dopo aver servito nell’esercito proprio al fianco di chi non c’è più, vive su passaggi relativamente telefonati, fino a quell’epilogo che restituisce una sorta di armonia ai personaggi, siano questi su due piedi o quattro zampe.

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