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Made in Korea: una commedia drammatica sull’incontro tra culture – Recensione

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La giovane Shenba, originaria di un piccolo villaggio indiano, sin da bambina è innamorata della cultura coreana, conosciuta guardando i K-drama in televisione. Crescendo, sogna di visitare Seoul e di vivere lì almeno per un breve periodo. Quando il fidanzato Mani le promette un lavoro sicuro lì, Shenba intravede finalmente la possibilità di realizzare il suo più grande desiderio.

Ma per la protagonista di Made in Korea il viaggio prende una piega totalmente inaspettata: durante il volo Mani la abbandona, confessandole di averla ingannata e che l’impiego non esiste. Giunta a Seoul completamente sola, senza soldi e senza spiccicare una parola della lingua locale, Shenba si ritrova spaesata in quella metropoli sconosciuta. Ma ben presto nel suo destino entrano uno youtuber che la aiuterà ad ambientarsi e un anziana signora che nasconde un segreto alla sua famiglia. Insieme a loro scoprirà cosa significhi davvero vivere in Corea.

Made in Korea: insieme nonostante tutto – recensione

Il titolo del film funziona su più livelli, richiamando da un lato sia l’ovvia ambientazione e sottolineando dall’altro la profonda trasformazione della protagonista, “rimessa a nuovo” dopo aver passato una serie di gravose difficoltà e delusioni.

Il regista Ra Karthik, al suo secondo lungometraggio dopo l’inedito Nitham Oru Vaanam (2022), costruisce una sorta di pur tardivo coming-of-age, dove la giovane straniera in terra straniera intende prima coltivare la sua aspirazione per poi pensare a quel futuro che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, aspettarla in patria e fortemente voluto dal padre.

Il tutto in una narrazione che vorrebbe sfruttare il contrasto / incontro tra le due culture, con la prima mezzora in India lasciante poi spazio a quanto avvenente nella Penisola coreana, vero e proprio fulcro di un racconto che, a conti fatti, non offre poi effettive sorprese.

Passaggi da seguire

Il Paese dei sogni diventa così un semplice palcoscenico, più anonimo del previsto, per la crescita personale di Shenba. Gli eventi si susseguono tramite diverse forzature e pur con alcuni passaggi non privi di un avvolgente slancio emozionale, l’impressione è che la sceneggiatura abbia optato per diverse scorciatoie atte a intercettare il finale perfetto, con una discreta dose di retorica e melodramma a contorno.

Non manca un gratuito riferimento alla scena k-pop, con tanto di gruppo e canzoni ad hoc a rifocillare una colonna sonora che in precedenza aveva invece fatto affidamento sulle tipiche sonorità bollywoodiane. Ma il meltin’pot non è sempre ben calcolato, così come la commistione tra i passaggi più leggeri e quelli più toccanti e potenzialmente amari.

Non che Made in Korea sia da bocciare in toto e per chi ama le rispettive culture la visione possiede qualche momento gradevole, ma l’ingenuità con cui ci si è approcciati finisce per darne soltanto un ritratto superficiale, dove gli spunti di riflessione vengono fagocitati da un facile sentimentalismo.

Conclusioni finali

Un progetto dalle buone intenzioni ma che si rivela poco incisivo nella messa in scena. La genuina interpretazione di Priyanka Mohan, nelle vesti di una ragazza indiana “catapultata”, per caso e volontà, in quella Seoul da lei sempre sognata traghetta un film sin troppo leggero, penalizzato da una sceneggiatura che rende tutto estremamente scontato dopo le difficoltà iniziali.

Made in Korea cerca di raccontare l’incrocio tra culture coi toni di una prevedibile commedia di formazione, apparendo però più ancorato a mode e stili autoctoni, tra canzoni k-pop e squarci bollywoodiani a convivere forzatamente in una narrazione a cavallo tra due mondi apparentemente agli antipodi.

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