La giovane Ava è stata condannata a due anni di prigione dopo essere stata coinvolta in un giro di traffico di droga insieme al gemello Tom e alla sua banda. Finita la pena, la protagonista di Luce fredda è determinata a lasciarsi alle spalle quel mondo e accetta un lavoro nel circuito dei rodei, cercando di ricostruire un legame affettivo con il padre Will, ex campione dell’arena con il quale da tempo i rapporti sono a dir poco conflittuali.
Ma Tom è rimasto coinvolto in quei loschi traffici e una sera i fratelli vengono presi di mira: lui muore sul colpo, mentre Ava riesce a scappare. Incastrata da poliziotti corrotti e ritenuta responsabile del delitto, la ragazza dovrà fuggire e cercare prove per dimostrare la propria innocenza, ritrovandosi al contempo a dover fare i conti con i propri demoni personali.
Luce fredda: un orrore reale – recensione
Un thriller che prende una classica storia di redenzione adattandola in un’ottica da moderno neo-noir, affidando il ruolo principale a una scostante antieroina interpretata da Maika Monroe. Proprio l’attrice californiana, ormai celebrata scream queen del cinema horror nota tra gli altri per It follows (2014) e Long Legs (2024), è il principale punto di forza di un’operazione senza dubbio ambiziosa ma non sempre centrata nel corso della sua ora e mezza di visione.
Visione che almeno nel cast può contare su un altro nome di lusso, ovvero Troy Kotsur – attore sordo premio Oscar per Coda – I segni del cuore (2021) – e una guest-star del calibro di Helen Hunt in un piccolo ruolo nelle fasi conclusive. Peccato che la sceneggiatura non renda loro giustizia e che, tra flashback non richiesti e mal gestiti e una certa rigidità d’insieme nel gestire le situazioni chiave, Luce fredda smarrisca progressivamente la sua verve drammatica e introspettiva, limitandosi a una tensione di routine che svia pian piano dalla premessa di partenza.
Pro e contro di un film imperfetto ma godibile
Il regista franco-canadese Maxime Giroux, al suo esordio in terra americana, ha tentato di costruire sulla sceneggiatura di Patrick Whistler un film sul passato che non si lascia cancellare, sul peso delle eredità familiari e sulla possibilità di cambiare vita prima che sia troppo tardi. Ma Luce fredda funziona meglio nella messa in scena, a tratti tesa e scattante, nascondente potenzialità poi non del tutto espresse, che nell’effettivo svolgimento, giacché dopo la prima mezzora si susseguono eventi e situazioni non sempre verosimili, che tolgono atmosfera e verosimiglianza al racconto.
Ava è carica di sfaccettature proprio perché non viene presentata come una persona trascinata suo malgrado nel crimine, ma con un qualcuno che ha commesso degli sbagli – e ha pagato per essi – e che cerca a sua modo una catarsi in seguito a quel trauma che la riporta, improvvisamente e violentemente, nell’incubo. Un’ambiguità che funziona soprattutto nella prima parte, salvo cedere a logiche più convenzionali nel restante minutaggio, fino a quell’epilogo parzialmente intuibile che chiude il cerchio in maniera più semplice di quanto inizialmente ipotizzabile.
Conclusioni finali
Una donna in fuga, non soltanto da quel passato che l’ha condotta dietro le sbarre ma da quel mondo criminale che non intende darle tregua, anche dopo che ha scontato la sua condanna. In cerca di una libertà utopica, la protagonista di Luce fredda dovrà prima regolare i conti con un mondo corrotto, tra vendetta e redenzione.
Un thriller esteticamente accattivante, sostenuto dall’interpretazione di una Maika Monroe solida quanto basta, capace di trasformare una figura archetipica in una presenza struggente e malinconica. Peccato che la sceneggiatura non sia sempre all’altezza della sua antieroina, con qualche soluzione prevedibile e disparità di tono a penalizzare lo sviluppo complessivo.