Luca Argentero sarà Lorenzo Ligas nella nuova serie che rende appunto il titolo di “Avvocato Ligas”, prodotta da Sky Studios e Fabula Pictures, in onda in esclusiva su Sky Italia dal 6 marzo 2026 su Sky Atlantic.
Luca Argentero protagonista di “Avvocato Ligas”
Un progetto che si ispira al romanzo “Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti” scritto da Gianluca Ferraris, e segue le sfide professionali e personali di Ligas tra processi, conflitti etici e rapporti umani all’interno del mondo della giustizia penale in una Milano ricca di fascino e tentazioni.
Nel cast, oltre a Luca Argentero troviamo anche: Marina Occhionero, Barbara Chichiarelli, Gaia Messerklinger, Flavio Furno e Mia Eustacchio. La regia è affidata a Fabio Paladini mentre alla scrittura hanno reso parte: Federico Baccomo, Jean Ludwigg, Leonardo Valenti, Matteo Bozzi, Camilla Buizza e Francesco Tosco. Noi di SuperGuidaTv abbiamo intervistato Luca Argentero, ecco cosa ci ha raccontato.
Intervisa a Luca Argentero
Ligas difende i “perdenti”: chi sono oggi i veri perdenti?
Ligas si trova più a suo agio dalla parte di chi commette errori non necessariamente dei perdenti ma persone che hanno sbagliato forse oggi essere un perdente significa accettare di essere fallibile di non essere particolarmente a proprio agio una definizione di perfezione.
Se potessi difendere una causa impossibile nella vita reale, quale sarebbe?
In questo momento storico, qualsiasi causa legata al rispetto dell’essere umano. Siamo tutti stanchi dell’instabilità e dell’insicurezza legate agli scenari geopolitici. Una causa impossibile? La pace.
Milano nella serie è quasi un personaggio: che rapporto hai con questa città? È una città che ti salva o che ti lascia solo?
Io vivo Milano ancora da forestiero. Mi trovo bene, ma in una posizione privilegiata: ho un lavoro che mi porta spesso fuori e vivo vicino a un parco con i miei figli. È una città esigente. Tende più a mettere in difficoltà che ad aiutare, ma offre grandi possibilità. Se sai coglierle, può valere la pena scommetterci.
C’è una fragilità che ti ha sorpreso mentre lo interpretavi?
La sua difficoltà a essere un buon padre. È una persona sicura di sé, di successo, eppure si trova disarmato davanti a una bambina di nove anni. Vorrebbe fare meglio, ma non sempre ci riesce. Questo mi fa molta tenerezza.
C’è una serie in cui avresti voluto lavorare?
Peaky Blinders per tipologie di ambientazione per tipologia di storia del racconto, mi ha sempre affascinato
La cosa che più ti piace del tuo lavoro e quella che ti piace un po’ meno?
La cosa che amo di più è un ritmo di vita che mi interessa, con periodi di lavoro alternati a periodi di distensione in cui posso dedicare più tempo alla famiglia. Non ho un classico 8–18 quotidiano. Inizia però a pesarmi il nomadismo: vivere con la valigia pronta, spostarsi continuamente. Quello diventa faticoso.
Ricordi cosa hai comprato con i primi guadagni grazie al tuto lavoro?
Ho comprato una macchina e un motorino. Vivevo a Roma e il motorino era fondamentale per sopravvivere nel traffico. E poi avevo davvero bisogno di una macchina nuova.
Intervista sul Red Carpet
Quale carattere di un personaggio di una serie preferisci interpretare: dolce e accogliente oppure “stronzo” ed esagerato?
Dipende dalla serie. Sarebbe strano essere dolce e accogliente in una storia fuori sincrono con il personaggio. A seconda di quello che viene richiesto — e questo in teoria è il nostro lavoro — ci trasformiamo per essere adattabili.
Che cosa porteresti di questo personaggio nella tua vita reale?
Credo quasi niente. Ha la capacità di vedere cose dove gli altri non vedono. Io sono molto distratto, invece lui è molto attento ai particolari, è un grande osservatore. Io sono piuttosto superficiale nell’osservazione. Forse porterei questo.
Questa è l’emblema di una serie iconica. Quali sono le caratteristiche per diventarlo? Questa serie può riuscirci?
La ricetta magica non ce l’ha nessuno. Se ce l’avessimo la applicheremmo tutte le volte. Invece servono tanti tentativi. Ovviamente fai riferimento a Doc – Nelle tue mani. Doc ha tantissime componenti che lo hanno reso iconico. Ligas ha delle caratteristiche importanti. È un uomo interessante, ma con tante fragilità e imperfezioni. Forse oggi la debolezza è una caratteristica affascinante. Non è facile identificarsi in lui, ma proprio per questo potrebbe entrare nel cuore delle persone.
Cos’è più liberatorio: dire tante parolacce come fa Ligas o bere tanti gin tonic?
Dire tante parolacce bevendo gin tonic! Ma la cosa più liberatoria è stata parlare come si parla nella vita di tutti i giorni. Non avere paura di dare fastidio con il linguaggio. L’unica prerogativa era provare a fare qualcosa di reale. Quando Ligas tratta di prostituzione maschile, razzismo o leoni da tastiera, parla esattamente come parlerebbe in una stanza chiusa. È stato molto liberatorio. Di questo dobbiamo ringraziare gli sceneggiatori e soprattutto Sky, che si assume questa responsabilità come broadcaster.
Ligas dice che tutto è un processo da vincere. Sei d’accordo?
Sono d’accordo con il pensiero di Ligas, ma non lo condivido. Non vivo come lui.
Hai un’azienda di bevande analcoliche, ma interpreti un personaggio che beve gin tonic. È paradossale?
Ho bevuto ettolitri di acqua gasata! È paradossale. L’azienda è nata prima di Ligas e si è sviluppata durante una serie che parla così tanto di gin tonic. Dev’esserci qualcosa di magico.
Ci racconti un aneddoto divertente dal set?
La rottura di un dente. Sono cose che non possiamo raccontare nei dettagli, ma è stata particolarmente divertente.
Quale carriera senti più vicina tra medico e avvocato?
Adesso cambierò facoltà: avevo fatto medicina, ora otterrò una laurea in legge. Il primo amore non si scorda mai: il camice di Doc lo porto sempre con affetto. Tra poco uscirà la quarta stagione di Doc. Finito un capitolo se ne inizia un altro. E speriamo di riprendere anche Ligas. Magari in una prossima serie protri essere un architetto.