La Storia insegna come le dittature si accaniscano sui più deboli nel tentativo di conservare o guadagnare il potere, al quale restano poi aggrappate con le unghie e con i denti. L’Hangar Rosso, esordio nel lungometraggio di finzione del documentarista Juan Pablo Sallato, ripercorre la vera vicenda del capitano Jorge Silva nelle ore prima e dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 in Cile.
Un film che non intende ripercorrere gli eventi nel loro complesso, ma sceglie di concentrarsi sul punto di vista di un unico personaggio: un militare, ex responsabile dei servizi d’intelligence dell’Aeronautica, che si ritrova alle prese con la propria coscienza mentre nel Paese si scatena il caos e proprio l’esercito è in prima linea nella sanguinosa repressione.
L’Hangar Rosso: per non dimenticare – recensione
La storia, come detto, ha inizio a Santiago del Cile l’11 settembre 1973, il giorno che cambiò tutto. Jorge Silva, capitano dell’Aeronautica militare, un tempo responsabile dei servizi d’intelligence, presta servizio presso una scuola di aviazione, dove si occupa di formare i giovani cadetti. In passato ha avuto un rapporto di stretta collaborazione con il presidente Salvador Allende, un legame che porta i suoi commilitoni a guardarlo con sospetto.
Quando il golpe ha luogo, ponendo fine al governo democraticamente eletto, il luogo in cui Silva lavora viene destinato a diventare un centro di detenzione, dove verranno reclusi e torturati giovani considerati potenzialmente pericolosi per il nuovo regime. La presenza del crudele colonnello Jahn in un ruolo chiave non fa che complicare ulteriormente le cose, spingendo il protagonista a prendere decisioni difficili che rischiano di metterlo in pericolo.
Lo sguardo sul male
Un membro dell’esercito che ha sempre rispettato il proprio ruolo e i superiori, ma che ora è chiamato a confrontarsi con la progressiva trasformazione della propria istituzione in uno strumento di ingiustizia, con le sevizie e sommarie esecuzioni alle quali vengono quotidianamente sottoposti i presunti oppositori politici. L’Hangar Rosso lascia la violenza fuori campo, ma rende ben evidente quanto avviene dietro quel casermone degli orrori, con il bianco e nero a restituirci un’epoca idealmente sospesa nel tempo, simbolo di dittature passate e presenti.
La Storia con la maiuscola rimane costantemente sullo sfondo, attraverso le notizie e quella tensione sotterranea che permea gli oltre ottanta minuti di visione, mentre in primo piano si consuma la crisi personale di un uomo che ha costruito la propria identità sulla disciplina e sul rispetto delle gerarchie, fino a non riconoscersi più negli ordini che gli vengono impartiti.
La scelta di seguire il protagonista da vicino, con la macchina da presa che si ritrova spesso a pedinarlo, sottrae il racconto alla dimensione puramente illustrativa ed evita di ridurre la dittatura a un semplice sfondo ambientale, permettendo al regista di interrogarsi sui meccanismi attraverso i quali un sistema dispotico prende progressivamente forma e si consolida.
Conclusioni finali
Il terrore del golpe, la violenza dell’esercito, un Paese nel caos: elementi che fanno da sfondo alla crisi di coscienza di un protagonista diviso tra il dovere e la pietà, che non riconosce più ciò in cui ha sempre creduto. L’Hangar Rosso del titolo non è soltanto un luogo di tortura per i prigionieri, ma anche una prigione per chi si trova a dover prendere decisioni in contrasto con i propri principi.
Una visione secca e concisa, fotografata in un magnifico bianco e nero, che evita di offrire risposte o giudizi rassicuranti, privilegiando una narrazione più sfumata, nella quale il fuori campo diventa un silenzioso amplificatore di quelle ingiustizie che hanno segnato profondamente il popolo cileno.