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La Grazia, recensione del film: Eutanasia, un Papa nero e il peso della coscienza. Paolo Sorrentino ci insegna a dubitare

Foto di Luca Forte

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Guardando La Grazia abbiamo avuto subito la sensazione di trovarci davanti a un film che non “ha fretta”. E non è lentezza fine a sé stessa: è una scelta precisa, quasi etica. Paolo Sorrentino sembra dirci che alcuni temi non possono essere attraversati di corsa, che il dubbio – vero cuore del film – ha bisogno di silenzio, di tempo, di immagini che respirano.

Il dubbio, appunto. Non come debolezza, ma come condizione necessaria dell’essere umano e, soprattutto, di chi esercita il potere. La Grazia mette in scena un mondo in cui le certezze ideologiche, politiche e religiose vacillano, e lo fa senza mai offrire soluzioni facili. È un film che rifiuta la risposta netta, e proprio per questo risulta profondamente onesto.

Recensione Film “La Grazia” di Paolo Sorrentino, eutanasia tema centrale

Il tema dell’eutanasia è centrale, ma non viene mai trattato come un manifesto. Ed è qui che il film diventa particolarmente potente se lo si guarda con gli occhi dell’Italia di oggi. Viviamo in un paese in cui la legge sul fine vita è in una fase di stallo permanente, sospesa tra sentenze, casi limite, vuoti normativi e continui rinvii politici.

Sorrentino non prende posizione, non dice “giusto” o “sbagliato”: mostra piuttosto il peso morale di una decisione che la politica spesso evita. In questo senso La Grazia non accusa, ma mette a nudo l’irresponsabilità del non decidere, lasciando che il carico etico ricada sui singoli, sulle famiglie, sui tribunali. Il film sembra suggerire che l’assenza di una legge non è neutralità, ma una scelta che genera dolore e solitudine.

In questo contesto si inserisce una delle immagini rilevanti del film: un Papa di pelle nera, con capelli lunghi rasta, un orecchino, visivamente lontanissimo dall’iconografia tradizionale. Non è una provocazione sterile. È un gesto profondamente sorrentiniano.

Così come fa con il potere politico, Sorrentino smonta il potere religioso dall’interno, liberandolo dalla sua forma rigida per restituirgli un’umanità spiazzante. Questo Papa non è lì per rappresentare l’istituzione, ma per incarnare una coscienza che ascolta, che dubita, che non impone. Il contrasto tra l’abito e l’anima, tra la forma e la sostanza, diventa un messaggio chiarissimo: l’autorità senza umanità è vuota, e l’umanità può esistere anche dove non ce l’aspettiamo.

Visivamente, il film è di una bellezza austera. La fotografia è sobria, quasi trattenuta, lontana dagli eccessi barocchi di altri lavori di Sorrentino. Gli spazi istituzionali appaiono freddi, distanti, spesso schiaccianti. È come se l’immagine stessa riflettesse il peso del ruolo, la solitudine del potere.

E proprio quando tutto sembra immerso in una gravità costante, Sorrentino inserisce i suoi tocchi surreali, momenti che ricordano La grande bellezza: musiche inattese, personaggi fuori registro, scene che sembrano stonate rispetto al tono serioso. Ma non lo sono. Servono a ricordarci che la vita è sempre più contraddittoria di qualsiasi sistema morale, che il sacro e il profano convivono, anche nei contesti più solenni.

Quello che più ci ha colpito, però, è che La Grazia non cerca mai di convincere lo spettatore. Non è un film che vuole dirti cosa pensare, ma come pensare. Ti chiede di fermarti, di ascoltare il tuo stesso disagio, di accettare che alcune domande non abbiano una risposta definitiva. È un cinema che stimola il confronto, non lo scontro; la riflessione, non la sentenza.

La Grazia, film profondamente politico proprio perché rifiuta lo slogan

La Grazia ci è sembrato un film profondamente politico proprio perché rifiuta lo slogan, e profondamente spirituale proprio perché non predica. Paolo Sorrentino ci consegna un’opera che parla di potere, fede, legge e morte, ma soprattutto parla di responsabilità morale. In un’epoca in cui le certezze sembrano prevalere, questo film sceglie la strada più difficile: restare nel dubbio. Perché La Grazia non chiede di essere capita, ma attraversata.

Recensione a cura di Giuseppe Zilli.

Il trailer del film

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