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In un Batter d’Occhio: il senso della vita a spasso nel tempo – la recensione del film

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Il film è ambientato in tre storyline distinte vagamente collegate tra loro da una tematica sul senso della vita. Nella prima, sul finire dell’era dei Neanderthal un cacciatore e il suo clan lottano per sopravvivere in un mondo primitivo, dove ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. La seconda si svolge nel presente, con protagonista l’antropologa Claire che naviga in una relazione complicata e deve prendersi cura della madre gravemente malata.

Il terzo arco temporale di In un Batter d’Occhio ci proietta in un lontano futuro dove Coakley – una donna dalla longevità artificialmente potenziata, vecchia di centinaia di anni – trasporta embrioni non fertilizzati verso una colonia su un lontano pianeta, ultima speranza per ripopolare un’umanità ormai estinta. A unire i vari tasselli è una ghianda, che appare fin dall’alba dei tempi e sarà determinante per i secoli e millenni a venire.

In un Batter d’Occhio: le vie della tecnologia – recensione

Andrew Stanton, regista a cui dobbiamo due grandi cult d’animazione quali Alla ricerca di Nemo (2003) e WALL-E (2008), ha realizzato un progetto che cullava da tempo, ma che a conti fatti si è rivelato una sorta di involontaria parodia del ben più ambizioso e riuscito Cloud Atlas (2012). Produzione travagliata per In un Batter d’Occhio, le cui riprese sono terminate nel 2023 ma che ha visto la luce verde dello streaming soltanto in questo nuovo anno, con tutte le perplessità del caso.

Il problema principale dell’operazione è nella sua effettiva inconsistenza: nessuna delle tre vicende a spasso nel tempo porta con sé qualcosa di significativo o di minimamente originale, scadendo continuamente nei cliché più abusati. Ma, cosa più grave in un racconto che dovrebbe basarsi sulla forza dell’amore, sono le emozioni a venir meno, con l’ora e mezza di visione che si trascina all’insegna della noia, senza alcun sussulto in grado di spezzarne lo sfiancante torpore.

Tempo al tempo

E se a funzionare di più è paradossalmente il primo spezzone, ambientato nella Preistoria e privo di dialoghi comprensibili, la situazione narrativa è alquanto grave. Il presente affidato ai personaggi di Rashida Jones e Daveed Diggs è forse il più debole, quando invece dovrebbe fungere da collante tra il capitolo iniziale e quello finale. Capitolo finale che segue invece un’ottica da sci-fi umanista che non aggiunge nulla di nuovo al filone, riproponendo il tema della riproduzione artificiale e di nuovi Eden da rintracciare per il futuro della nostra specie.

Peccato che il film rifiuti di esplorare appieno le ultime due sezioni, che vengono introdotte soltanto superficialmente, lasciando i relativi background nascosti in un angolo, lasciati all’immaginazione dello spettatore. Si passa dal passato al lontano futuro in una continuazione sbilenca e disomogenea, con vari spiegoni esistenzialisti ad appesantire una narrazione a corto di idee.

In particolare lo “spezzone posteriore“, dove il personaggio di Kate McKinnon – comica conosciuta per i suoi spettacoli di stand-up e al SNL e qui totalmente fuori parte – dialoga unicamente con l’intelligenza artificiale di bordo che gestisce l’astronave, vive su una serie di luoghi comuni tipici della fantascienza moderna più intimista, che sembrano una sorta di spento bignami del genere.

Conclusioni finali

Un film che vorrebbe proporre tanto salvo poi rifiutarsi di approfondire le tematiche introdotte, lasciando molto in sospeso senza mai trovare il giusto quid per intercettare l’interesse del pubblico. Emozioni ai minimi storici in questo trittico di brevi storie vagamente collegate tra loro, che alternandosi ci accompagnano nella Preistoria, nel presente in un futuro prima prossimo e poi lontanissimo.

In un Batter d’Occhio cerca di disquisire sul senso della vita, ma la sceneggiatura di senso ne ha ben poco, tra Neanderthal che lottano per la sopravvivenza in un mondo ostile, elisir per una pseudo immoralità e nuovi eden da conquistare per ciò che resta dell’umanità. Una trama potenzialmente ricchissima di spunti che si rivela paradossalmente povera, figlia di ambizioni mal esposte.

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