André Masson lavora presso Scottie’s, prestigiosa casa d’aste parigina specializzata in arte moderna e contemporanea. Un giorno riceve una “soffiata” dalla cittadina di Mulhouse: un giovane operaio sostiene di aver rinvenuto nella soffitta di casa un dipinto che potrebbe essere di Egon Schiele. Il protagonista de Il quadro rubato decide di verificare di persona la veridicità del ritrovamento, accompagnato dalla giovane e stravagante stagista Aurore.
All’arrivo, la scoperta è folgorante: l’opera è autentica. Si tratta de I girasoli, capolavoro dipinto da Schiele nel 1914 e misteriosamente scomparso nel 1939, probabilmente sottratto dai nazisti durante le spoliazioni delle famiglie ebree. Per André è l’occasione di una vita, la possibilità di assicurare a Scottie’s una vendita milionaria e di consolidare la propria reputazione nel competitivo mondo delle case d’asta internazionali. Ma l’entusiasmo iniziale lascia presto spazio a una situazione ben più intricata del previsto.
Il quadro rubato: Le regole del mercato – recensione
Sceneggiatore prolifico, il regista Pascal Bonitzer ha trasportato nel suo cinema la stessa attenzione maniacale per i dialoghi e per le dinamiche relazionali che caratterizzava il suo lavoro di scrittura. Con Il quadro rubato, ispirato a una vicenda realmente accaduta nei primi anni Duemila, torna a esplorare il microcosmo della borghesia parigina con uno sguardo ironico e disincantato che gli è ormai familiare.
Siamo di fronte a una commedia che si muove sul filo dell’ambiguità morale, dove nessun personaggio può dirsi davvero innocente o completamente colpevole. Il titolo rende omaggio in modo esplicito a L’ipotesi del quadro rubato (1978) di Raúl Ruiz, film-saggio sull’arte e sulla sua interpretazione, tradendo fin da subito le ambizioni intellettuali dell’operazione. A differenza del labirintico lavoro del cineasta cileno, Bonitzer sceglie però una narrazione più lineare e accessibile, che conserva un certo spessore riflessivo senza rinunciare alla leggerezza dell’intrattenimento.
Fino all’ultima battuta
Il principale punto di forza del film risiede nei dialoghi affilati, attraversati da un umorismo tipicamente transalpino, capace di essere pungente senza mai scivolare nella volgarità. L’ora e mezza di visione è pervasa da un tono cinico e mondano che guida lo spettatore all’interno di un universo patinato e artificiale, quello delle case d’asta, dove l’apparenza prevale sulla sostanza e ogni gesto sembra calibrato con estrema attenzione.
Case d’aste che vengono tratteggiate senza alcuna indulgenza come multinazionali capitaliste, dove l’arte diventa un semplice pretesto per la speculazione finanziaria e il valore culturale di un’opera conta infinitamente meno del suo prezzo di mercato. A tratti Il quadro rubato sembra procedere con eccessiva fretta, rinunciando ad approfondire alcune ramificazioni narrative e rischiando di attenuare la verve melodrammatica dei protagonisti, tra relazioni in divenire e amicizie messe alla prova.
Bonitzer evita deliberatamente di fornire risposte definitive alle questioni che il racconto solleva, preferendo mantenere una calcolata ambiguità che si fa specchio della complessità del reale. Il suo sguardo sul mercato dell’arte resta sospeso tra fascinazione e critica: da un lato ne denuncia magagne e ipocrisie, dall’altro non può fare a meno di riconoscerne il fascino perverso.
Conclusioni finali
Il fascino discreto di una borghesia sempre più cinica, con il mondo delle case d’asta trasformato in un palcoscenico di inganni e mezze verità, dove a contare è soltanto l’offerta migliore. Il quadro rubato è una commedia elegante e intelligente, costruita su dialoghi brillanti e interpretazioni solide.
Un piccolo film sofisticato e ironico, leggero senza essere superficiale, in cui il regista dimostra sicurezza nella gestione dei personaggi, sacrificando alcuni spunti in favore di una visione alleggerita e priva di didascalismi, condensata in un’ora e mezza di visione che scorre amabile come un buon vino francese.