Su Netflix arriva il 23 gennaio “Il Falsario”. Diretta da Stefano Lodovichi, il film tv si ispira alla storia vera di Antonio Chichiarelli, detto Toni, un falsario romano degli anni 70 e 80 noto per il suo legame con la criminalità e i servizi segreti. Ad interpretarlo è Pietro Castellitto. Il suo straordinario talento si intreccia rapidamente con eventi cruciali della storia italiana: dal sequestro Moro alle vicende della Banda della Magliana. Da questo incontro con l’ombra e il potere nasce la sua trasformazione nel più celebre falsificatore di sempre, fino a diventare un personaggio chiave in uno dei misteri più oscuri e irrisolti del Paese, quello che ancora oggi circonda il rapimento e l’assassinio dell’ex segretario della Democrazia Cristiana. A completare il cast, Giulia Michelini, Andrea Arcangeli, Pierluigi Gentile e Claudio Santamaria.
“Il Falsario”, intervista esclusiva a Pietro Castellitto e al regista Stefano Lodovichi
Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva Pietro Castellitto e il regista Stefano Lodovichi. Il regista ha parlato della ricostruzione della Roma degli anni 70, di com’è riuscito a rendere il racconto contemporaneo e della figura di Tony: “Tony mi ha sempre affascinato come personaggio perché l’ho visto come un vero avventuriero, uno che non si cura delle regole, che ha un’idea, un sogno, una fame autentica. Fame di conquistare il mondo, fame di successo. È proprio questo uno degli elementi che me l’ha fatto apprezzare di più, perché l’ho percepito come estremamente contemporaneo. Questa voglia di riuscire, di arrivare a tutti i costi, è qualcosa che sento molto vicino al nostro tempo. Ciò che lo rende romantico e, in qualche modo, affascinante è il fatto che Tony un talento ce l’ha davvero, a differenza di tante persone di oggi che sono spinte dalla stessa fame ma senza possederlo. Oggi il mondo spesso asseconda questa dinamica e può regalarti successo anche se il talento manca; all’epoca non era così, bisognava dimostrare di avere qualcosa di autentico. Ed è proprio questo che mi ha colpito di Tony: qual era, in fondo, il suo vero talento? Essere un bravo pittore? Avere una visione personale del mondo? Oppure la straordinaria capacità di cavarsela sempre? È questa ambiguità che lo rende, per me, così intrigante”.
Pietro Castellitto non è un eroe ma neppure un antieroe. E’ un personaggio che ha una doppia maschera, quella del falsario e quella dell’artista. Un contrasto questo che ha particolarmente colpito l’attore tanto da convincerlo ad accettare questo ruolo: “Mi ha convinto innanzitutto il modo in cui ho sentito parlare per la prima volta di questo progetto: me ne parlò Riccardo Tozzi, che conosce profondamente quegli anni, dal rapimento Moro alla parabola di Tony, e ne padroneggia tutte le dinamiche nei minimi dettagli. A un certo punto ti viene persino da chiederti: “Riccardo, ma stai preparando una scheda?”. Questo mi ha fatto capire subito che non si trattava di un progetto qualunque, ma di qualcosa di importante per molte persone. Per un regista, questo è il privilegio più grande: entrare in un progetto che ha un significato profondo, che rappresenta un passaggio nella vita di chi lo realizza. Fare un film vuol dire dedicargli mesi, a volte anni, e percepire fin dall’inizio questo peso e questo valore è fondamentale. Sapevo poi che, a un certo punto, sarebbe stato diretto da Stefano, un regista giovane che stimo molto, bravo, con cui sentivo già di condividere una visione. I motivi per accettare erano davvero tanti. Inoltre è un film che ti offre la possibilità di raccontare un personaggio imprevedibile, che attraversa mondi diversi, che sfugge continuamente a ogni definizione. Da questo punto di vista, io e Stefano abbiamo un modo molto simile di intendere il lavoro, e per questo mi sono trovato davvero bene”.
Un film che fa riflettere anche sulla partecipazione politica degli anni 70. Oggi invece i giovani manifestano più disinteresse: “Secondo me si tratta di un disinteresse costruito, figlio di un certo tipo di educazione, o forse di diseducazione, che affonda le radici in un lungo percorso iniziato con le televisioni private degli anni Novanta. Un percorso che ha progressivamente spinto a distrarsi dal sentirsi parte di una socialità, di un gruppo, di una dimensione collettiva. Questa dinamica ci ha portati sempre di più a concentrarci sull’essere soli, sull’essere “io” e soltanto “io”, smettendo di guardarci come parte di un insieme. In questo senso, i social network non hanno fatto altro che amplificare e accelerare un processo già in atto. Si potrebbe vivere anche in un altro modo, ma è molto più facile scegliere questa direzione: quella della distrazione, dell’isolamento, della rinuncia al sentirsi comunità”, ha spiegato il regista.
Pietro Castellitto ha aggiunto: “Sì, credo che individuare con precisione le cause sia sempre complesso, però è innegabile che sia accaduto ciò che diceva Stefano. Se poi si pensa anche ad alcuni libri molto noti di Bret Easton Ellis, che raccontano la generazione americana degli anni Ottanta, si percepisce come già allora, e da tempo, fosse presente una sorta di nichilismo leggero, quasi etereo, in giovani che sembravano muoversi nel vuoto. L’aspetto affascinante di quei romanzi, però, è il tentativo di costruire una storia personale, una propria epica, pur in assenza di un vero “materiale”: una singola serata finisce per assumere i contorni di una grande guerra. I giovani di quegli anni, invece, avevano un rapporto molto più diretto, quotidiano e costante con la grande Storia, intesa nel senso classico. Avevano la sensazione che la Storia passasse ogni giorno attraverso le loro vite, nel bene e nel male”.
A conclusione dell’intervista, abbiamo chiesto a Pietro Castellitto se sia preoccupato dell’invasione dell’intelligenza artificiale, in particolare nel settore cinematografico. Lui ha risposto: “Guarda, ti mentirei se ti dicessi che sono preoccupato. Sono piuttosto fatalista. Non credo, innanzitutto, che si possano davvero arginare certi processi. Nutro una grande, forse persino eccessiva, fiducia nella deficienza umana, nel senso che l’imprevedibilità e l’errore fanno parte di ciò che siamo. E se ci pensi, tutti i grandi film con cui siamo cresciuti erano, in fondo, film “stonati”, opere fuori asse, lontane da qualsiasi logica algoritmica. Forse a essere penalizzato sarà il prodotto medio. Ma, proprio per questo, saremo costretti a spingerci altrove, a non accontentarci della mediocrità”.