Dal rapporto con la Calabria alla passione per il teatro, dagli incontri professionali che hanno segnato la sua carriera alle sfide della precarietà e dell’intelligenza artificiale. Iaia Forte si racconta al Reggio Calabria Film Fest – Festival dello Stretto, attraversando i temi che hanno accompagnato il suo percorso artistico e umano. Il valore della bellezza, la libertà dei personaggi femminili, il confronto con i giovani e la necessità di interrogarsi sulla propria vocazione diventano i punti di partenza di una conversazione sincera, in cui l’attrice ribadisce la centralità dell’incontro umano e della scena teatrale. E lancia un messaggio preciso: tutelare il teatro significa tutelare la civiltà.
Intervista a Iaia Forte al Reggio Calabria Film Fest – Festival dello Stretto
Iaia, sei a Reggio Calabria per il Reggio Calabria Film Fest – Festival dello Stretto. Qual è il tuo rapporto con la Calabria?
Ti dico solo che pare che la mia famiglia sia originaria della Calabria, forse delle parti di Cosenza. Comunque, da meridionale, ho naturalmente un rapporto forte con questa terra, perché Campania e Calabria dialogano con una naturale affinità di mondi. Non borbonica, ma legata a una vicinanza culturale e umana. Poi mi capita sempre, tutti gli anni, di andare al Festival di Casa Aperta. Ho degli appuntamenti in Calabria che non perdo mai. E poi c’è la Magna Grecia: avendo un rapporto di grande passione con tutto il mondo greco, ho un’affinità naturale anche con la Calabria.
Il claim di quest’anno è «Bellezza eterna, identità viva». Qual è il tuo rapporto con le cose belle della vita?
Ho un ottimo rapporto con la grande bellezza, citando un film che ho fatto. In questo momento penso che, come diceva Dostoevskij, solo la bellezza può salvare il mondo, questo mondo così allo sbando. Per cui, insomma, ci piace la bellezza. Ora siamo qui, di fronte a questo mare di Reggio Calabria, e abbiamo già un esempio di bellezza che ci colpisce. Cerco anche nel mio lavoro di scegliere progetti belli e di fare cose con persone belle. La bellezza ha tante declinazioni e fa sempre bene.
Hai lavorato con registi che sono dei giganti, da Mario Martone a Paolo Sorrentino, passando per Carlo Cecchi e Pappi Corsicato. Oggi, che cosa ti fa dire sì a un ruolo, a un progetto o a un regista?
Guarda, o è il regista stesso, o è il ruolo, oppure sono i soldi. Sono queste le tre grandi motivazioni che mi portano a dire sì. Tendenzialmente, però, cerco ruoli atipici, non convenzionali, e registi con cui desidero incontrarmi, perché rappresentano mondi che mi sono affini o che mi incuriosiscono.
Hai citato i soldi, quindi anticipo una domanda che solitamente faccio alla fine. Ricordi che cosa ti sei regalata con il tuo primo stipendio da attrice?
Sì, beh, il mio primo stipendio da attrice era passaggio poco chiaro nella trascrizione, quindi ho una memoria un po’ vaga. Sicuramente qualche puttanata, qualche trucco. Non mi ricordo nello specifico, però qualcosa che apparteneva al superfluo. A volte desideriamo proprio cose un po’ superflue, ma che ci regalano un momento di contentezza. Ed è giusto concederselo.
Hai costruito un percorso molto ricco, tra cinema, televisione e teatro. Guardando indietro, qual è stato l’incontro professionale o l’esperienza che ha cambiato completamente il tuo percorso lavorativo?
Toni Servillo, perché è stato il primo a credere in me. Ero giovanissima, avevo diciannove anni e ho debuttato con lui. Per questo gli sono grata. Abbiamo fatto un lunghissimo percorso di lavoro insieme. E poi Carlo Cecchi, perché lo considero il mio maestro. E naturalmente anche Pappi Corsicato.
La tua grande passione è il teatro, a quanto ho letto.
Sì, anche perché credo, come diceva Marlon Brando, che il cinema sia dei registi e il teatro degli attori.
Che cosa ti dà il palcoscenico rispetto alla macchina da presa?
Il palcoscenico mi dà la possibilità di interpretare grandi personaggi che difficilmente il cinema ti regala. Anche quando si tratta di un grande personaggio cinematografico, non è mai grande come un personaggio di Shakespeare o di Molière. Poi c’è la continuità. Il cinema è tutto frammentato, mentre il teatro si svolge in un’unica serata e ha un arco narrativo che ti permette di esprimere un personaggio in tutta la sua complessità, dall’inizio alla fine.
Tra i tanti personaggi che hai interpretato, tra cinema, televisione e teatro, qual è quello che ti ha insegnato qualcosa anche al di là del lavoro?
Tutti. Credo che un attore debba fare esperienze esistenziali attraverso personaggi che sono quasi sempre più grandi di noi. Ho avuto la fortuna di interpretare un’assassina, un uomo, una suora: personaggi e condizioni che nella vita non avrei mai affrontato. Mi hanno fatto scoprire mondi che sarebbero rimasti più inediti se non avessi fatto l’attrice e non li avessi conosciuti attraverso i personaggi.
Vorrei chiederti del ruolo dei personaggi femminili, soprattutto nel cinema e nelle serie televisive. Come percepisci il modo in cui vengono scritti oggi i personaggi femminili?
Sono sempre un po’ aggregati agli uomini, sempre un po’… L’Italia, in questo, secondo me non è affatto sullo stesso percorso del cinema e della televisione europea. Se pensi a The Handmaid’s Tale, a un certo tipo di serie, alla fine in Italia abbiamo ancora una visione un po’ piccolo-borghese, che vede le donne sempre in relazione agli uomini, come figure subordinate.
È un tema che torna anche nell’attualità di queste ore, dopo le parole di alcuni esponenti politici sul modo di vestire delle donne, che hanno suscitato polemiche. Siamo nel 2026: è inevitabile che anche il cinema si confronti con questi modelli.
Madonna mia!
Anche il cinema, quindi, rischia di riflettere questi stereotipi?
Ah, certo, questi modelli.
Tra i tuoi progetti teatrali più recenti figura I turni, scritto e diretto da Cristina Comencini. Che cosa ti ha attirato di questo lavoro e che cosa ti sta offrendo l’incontro con questo testo?
Mi ha attirato innanzitutto Cristina Comencini, con cui avevo già lavorato. Avevo fatto uno spettacolo con la sua regia e con Elio Germano e la sua scrittura ha sempre un equilibrio perfetto tra la dimensione comica e quella più profonda e complessa. Poi c’è il testo: siamo tre fratelli che si prendono cura di una madre malata di Alzheimer. Il mio personaggio è una donna che ha deciso di non avere figli e che rivendica la propria libertà e la propria identità, svincolata dall’idea di famiglia.
Vorrei affrontare con te un tema che tratto spesso, sia con i cantanti sia con gli attori: la precarietà nel mondo dell’arte. Hai vissuto momenti di precarietà? Come li hai affrontati e che cosa pensi della situazione attuale?
Sono stata molto fortunata perché, facendo teatro e non avendolo mai abbandonato per il cinema, ho avuto sempre una certa continuità nel lavoro, fin da quando ho iniziato. Però è proprio precario, in questo momento, il ruolo del nostro lavoro. Con il taglio al tax credit e tutti i problemi che ci sono, secondo me bisogna interrogarsi profondamente sulla propria vocazione. Ci si deve chiedere: «Voglio davvero fare questo lavoro fino in fondo, oppure cerco notorietà e successo?». Perché se una persona vuole veramente fare questo mestiere, resiste nonostante le precarietà implicite nella struttura del nostro lavoro.
Che momento è questo della tua carriera? A che cosa stai lavorando?
È un momento bellissimo, devo dire. Ora sto per preparare a teatro, con un gruppo di giovani sperimentatori che si chiamano Muta e Mago, la versione teatrale di Viale del tramonto. Per me è sempre fondamentale confrontarmi con linguaggi nuovi e con i giovani, perché ci arricchiamo reciprocamente. Poi sto per fare la fiction di Pappi Corsicato. Ho anche partecipato a un cortometraggio di una regista trans, Paola De Luca, nel quale interpreto una persona trans. Il corto ha vinto a Venezia, nella Settimana della Critica. Mi fa molto piacere che un progetto che non parla né di corna né di famiglia, ma che è interamente ambientato in un locale frequentato da persone trans, possa trovare uno sguardo così favorevole da parte della critica.
Hai citato Venezia. Prima ti ho parlato della fiction con Monica Guerritore, che è stata anche sul red carpet e ha ricevuto tantissimi applausi. C’è un aneddoto che vi lega durante il lavoro di Amanti e segreti, cosa puoi raccontarci?
Ricordo che giravamo vicino a Roma e tornavamo in macchina insieme. Mi ricordo delle grandi chiacchierate intime e appassionate sul teatro. Ci lega sicuramente la passione per il teatro.
Parlando di rapporti tra colleghi, c’è qualcuno che, all’inizio della tua carriera, ti ha dato un consiglio che hai portato con te nel tempo?
Mariangela Melato. Io ho frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia e lei venne a tenere una lezione. Ci disse: «Non abbandonate mai il teatro, perché il cinema vi abbandona e il teatro no».
Vorrei chiudere con un consiglio ai giovani che vogliono avvicinarsi alla professione dell’attore. Che cosa diresti a un ragazzo che vuole iniziare oggi?
Gli direi di capire profondamente se desidera esprimere qualcosa attraverso questo lavoro oppure se ne è affascinato per il miraggio dei soldi facili e del successo. Nel secondo caso sarebbe esposto a molte più illusioni e crisi. Se invece è alimentato da un vero desiderio, da una vera vocazione, sarà proprio quella a sostenerlo di fronte a tutte le imprevedibilità e le incognite di questo mestiere.
Tra le incognite di questo mestiere c’è anche l’avvento dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro artistico. Che cosa pensi di questa trasformazione?
Per fortuna il teatro non potrà mai essere sostituito dall’intelligenza artificiale. Essendo quello il mio luogo d’elezione, mi sento protetta dall’incontro dell’uomo con l’uomo. Questo è anche un monito a chi ci governa: bisogna tutelare il lavoro che viene fatto a teatro attraverso leggi apposite. Anche il presidente Mattarella si è espresso su questo tema proprio ieri. Mi unisco a quello che ha detto Mattarella: tuteliamo il teatro, perché dove c’è teatro c’è civiltà.