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Humint: uno spy-movie coreano tra azione e tradimenti – Recensione

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Vladivostok è una città russa di confine, dove le rotte commerciali si intrecciano con il traffico di droga e di esseri umani. Lì gli agenti di Seul e di Pyongyang si trovano a indagare nel medesimo sottobosco criminale gli uni all’oscuro degli altri, almeno inizialmente. Il manager del NIS Cho è ancora segnato dal fallimento di una precedente operazione costata la vita alla sua fonte.

Il suo nuovo compito prevede di infiltrarsi servendosi come informatrice di Chae Seon-hwa, una donna nordcoreana che lavora in un ristorante controllato dalla criminalità organizzata locale. Sullo sfondo, il rappresentante del consolato nordcoreano Hwang Chi-sung lascia mano libera alla mafia locale in cambio di tangenti. Nell’equazione si inserisce anche Park Geon, agente della sicurezza di stato del nord, che ha un comune passato Chae Seon-hwa, un trascorso che in Humint rischia di cambiare tutto con conseguenze imprevedibili.

Humint: di trasferta in trasferta – Recensione

Quando Ryoo Seung-wan presentò The Berlin File (2013), il cinema d’azione sudcoreano si trovò davanti a qualcosa di insolito, ovvero uno spy-movie ambizioso che utilizzava la Guerra Fredda come sfondo per una riflessione sull’auspicata riunificazione della penisola. Un’ambientazione estera che il regista ha perseguito anche nel più recente Fuga da Mogadiscio (2021), i cui drammatici eventi hanno luogo durante la guerra civile somala.

Possiamo perciò considerare Humint come una sorta di terzo capitolo di questa trilogia autonoma, ambientata fuori dai confini nazionali. Un film che però non riesce a bissare quel gustoso mix tra action tensivo e analisi geopolitica del quale avevano beneficiato i suoi più riusciti predecessori.

Fiducia da conquistare

Il titolo Humint è un termine tecnico che indica le operazioni di raccolta informazioni condotte da agenti umani sul campo ed è già di per sé una dichiarazione di intenti: non è la tecnologia a dominare le logiche investigative, ma bensì i rapporti tra gli individui, con quell’ambiguo legame che si viene via via a creare tra i due agenti, prima nemici e poi gioco-forza alleati contro l’ingiustizia, legati da una figura femminile che assume per loro significati diversi.

O una possibilità di redenzione o il ricordo di un amore passato guidano le mosse dei protagonisti, in una sceneggiatura che costruisce la rete relazionale nella prima metà, sfruttando al meglio quel contesto da “stranieri in terra straniera”: le riprese sono avvenute in realtà in larga parte a Riga, in Lettonia, e non nella vera Vladivostok, ma il contesto resta comunque altamente suggestivo.

Il problema principale è dato paradossalmente dalla gestione delle dinamiche action, con l’ultimo terzo di visione che si accende di adrenalina con sequenze sempre più esagerate e tirate per le lunghe, con una sorta di “tutti contro tutti” che lascia ovviamente spazio a gesta sacrificali o a una retorica spiccia di genere. Un difetto sistemico di certo cinema coreano contemporaneo, quello più che commerciale che strizza l’occhio ad omologhe produzioni hollywoodiane, che qui appare in tutta la sua viscerale essenza senza però sfruttare appieno la profondità dei personaggi, che rimangono più abbozzati che effettivamente meritevoli di compassione o trasporto.

Conclusioni finali

Ryoo Seung-wan porta a compimento la sua trilogia “estera” con questo action-thriller spionistico ambientato a Vladivostok, contesto ipoteticamente neutro dove agenti di Nord e Sud Corea si trovano a incrociare i loro cammini. Humint non manca di spettacolo ed emozioni, ma la sceneggiatura non offre spunti realmente originali.

Molte degli eventi che accadono nelle due ore di visione sanno di già visto, così come il “triangolo” al centro del racconto, che si perde progressivamente nella retorica fino a quel prevedibile epilogo, con la speranza della riunificazione del Paese restante in sottofondo con più timidezza del previsto.

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