Jake è un agente di polizia americano che si trova in vacanza a Bangkok insieme alla moglie Prang, originaria di quelle latitudini, e alla figlioletta Loo. Durante una giornata di shopping in un centro commerciale della capitale, la situazione prende una piega imprevista quando all’improvviso un un individuo vestito di nero comincia a sparare all’impazzata sulla folla. Jake si lancia all’inseguimento del killer, un uomo di nome Mek che sembra conoscerlo e lo soprannomina “il Guardiano”, prima di esplodere come fosse una bomba. Jake si risveglia in una sorta di dimensione tra la vita e la morte, dove gli spiriti maligni e i demoni si aggirano liberamente in cerca di anime perdute.
In Home Sweet Home: La rinascita, il protagonista scopre di essere al centro di una profezia: è infatti il solo in grado di chiudere o aprire le porte dell’inferno. Con l’aiuto di Chan, un monaco buddhista che si rivela essere figlio di colui che sta cercando di scatenare quest’apocalisse senza futuro, Jake dovrà attraversare la città infestata da orde di creature sovrannaturali per ritrovare la sua famiglia, ora in grave pericolo, prima che sia troppo tardi.
Home sweet home: dai pixel a carne e ossa – Recensione
Ci troviamo davanti all’ennesimo adattamento di un videogioco horror che tradisce completamente lo spirito dell’opera alla base. Home Sweet Home, uscito per console e PC nel 2017, era un survival horror dall’atmosfera inquietante, nella tradizione di franchise come Outlast e Amnesia, nel quale il giocatore interpretava un uomo comune costretto a fuggire e nascondersi da spiriti vendicativi in ambientazioni claustrofobiche.
La tensione era palpabile in ogni anfratto e il folklore thailandese permeava ogni aspetto della narrazione, con creature ispirate alla mitologia locale e un’ambientazione culturalmente specifica a donare personalità al tutto.
La coppia di registi formata da Alexander Kiesl e Steffen Hacker, responsabili di questa trasposizione, sembra aver guardato alla forma ludica come vano pretesto per confezionare un action horror generico di serie b/z. La storia è ambientata in una Bangkok devastata, invasa da demoni, mostri giganteschi e palcoscenici infernali, riducendo il film a una sorta di sparatutto frenetico, tra esplosioni continue e personaggi monodimensionali.
Volti ed estetica
A cominciare dal protagonista interpretato da William Moseley, noto principalmente per il ruolo di Peter Pevensie nella sfortunata trilogia di Le cronache di Narnia. Il suo Jake resta un archetipo bidimensionale del poliziotto che deve redimere se stesso salvando le persone che più ama prima dell’inevitabile tragedia. Alquanto scult poi la presenza di Michele Morrone nelle vesti del braccio destro del villain, una performance sopra le righe che aggiunge ulteriore trash al senso dell’operazione.
Tanto che la parte del leone, o meglio della leonessa, la fa Urassaya Sperbund, modella thailandese popolarissima in patria e qui al suo debutto nel cinema anglofono, che conferisce un minimo di dignità alla figura della moglie in fuga con figlioletta annessa.
Dal punto di vista della messa in scena sono evidenti i limiti, dati anche dal modesto budget a disposizione. Gli effetti speciali sarebbero anche discreti in certi passaggi, salvo poi fare i conti con la povertà del design, e a livello di concezione le scenografie sembrano uscite da un videogioco di inizio millennio. Le sequenze di azione richiamano la tipica frenesia da videoclip che caratterizza lo stile di chi siede dietro la macchina da presa: tagli rapidissimi e azione a più non posso, senza lasciare lo spazio necessario alla costruzione drammatica o a un minimo di tensione di genere degna di tal nome.
Conclusioni finali
Un adattamento videoludico che tradisce completamente lo spirito dell’opera alla base, trasformando un survival horror all’insegna dell’atmosfera in un action mediocre, tra demoni e profezie apocalittiche sempre più sconclusionate. Home Sweet Home: La rinascita sbaglia tutto lo sbagliabile, sia nella caratterizzazione dei personaggi – protagonista e villain in primis – che in una messa in scena che non lascia mai il segno.
Azione a rotta di collo, accompagnata da effetti speciali di qualità altalenante, per novanta minuti di puro caos narrativo e visivo, tra doppelganger, corpi posseduti e porte dell’inferno che minano la tranquilla vacanza dalla famigliola al centro del racconto, con l’ennesimo prescelto del cinema di genere a basso costo pronto a immolarsi per la causa.









