Todd, afflitto da problemi di salute non meglio specificati ma apparentemente gravi, si trasferisce dalla caotica New York alla casa di campagna ereditata dal nonno defunto, isolata tra i boschi. Con sé porta il suo amato cane Indy, un Nova Scotia Duck Tolling Retriever, mentre la sorella cerca di mantenere un contatto telefonico nonostante le resistenze dell’uomo, sempre più deciso a trovare conforto nella solitudine. All’interno dell’abitazione l’uomo scopre alcune videocassette in cui il nonno si cimenta in lezioni di tassidermia, rivelando al contempo strane ossessioni legate alla proprietà .
In Good Boy, Indy percepisce ciò che il padrone sembra incapace di cogliere. Una presenza oscura si aggira tra quelle mura domestiche, una forza malevola che l’animale avverte con crescente inquietudine. Figure spettrali si muovono nell’ombra – un uomo ricoperto di fango che sembra seguire Todd, sagome nel bosco che potrebbero essere cacciatori mimetizzati o qualcosa di decisamente più sinistro. Indy tenterà di proteggere il suo amico umano, ma la lotta contro l’ignoto rischia di rivelarsi più ardua del previsto.
Good Boy: davvero il miglior amico dell’uomo – recensione
Come il cinema horror ci ha insegnato più volte, è spesso il cane di famiglia – se presente in sceneggiatura – il primo a percepire la presenza di entità maligne, salvo poi essere relegato ai margini mentre la narrazione si concentra sui personaggi umani. Il regista Ben Leonberg parte proprio da questa consapevolezza per porsi una domanda semplice e radicale: cosa accadrebbe se l’intera storia fosse raccontata dal punto di vista del fedele amico a quattro zampe?
Insieme al co-sceneggiatore Alex Cannon, Leonberg ha lavorato al progetto per anni, ben conscio delle difficoltà che una premessa simile comportava. Come far avanzare una storia quasi priva di dialoghi, se si escludono i brevi scambi di battute del padrone gravemente malato? Come mantenere alta la tensione quando il protagonista non può esprimere a voce le proprie paure?
La scelta di utilizzare il proprio cane Indy come interprete principale si rivela decisiva. Solo con il suo animale Leonberg poteva contare sulla pazienza e sulla complicità necessarie per ottenere le sfumature emotive richieste dal ruolo. In alcune scene in cui Todd doveva apparire con il volto fuori campo, è stato lo stesso regista a sostituire l’attore Shane Jensen, poiché Indy reagiva in modo autentico soltanto in sua presenza.
Un film a suo modo unico
Il risultato è un oggetto filmico anomalo e affascinante, con inquadrature dal basso che mantengono per tutta la durata il punto di vista del cane, relegando gli esseri umani a presenze parziali, spesso riprese dal busto in giù. Anche le scelte di illuminazione contribuiscono a costruire una sensazione di palpante inquietudine, attraverso giochi di luci e ombre che spingono lo spettatore a temere per le sorti di Indy, veicolo empatico di raro trasporto.
L’orrore si gioca quasi interamente sull’atmosfera e, se alcune sequenze riescono a risultare autenticamente perturbanti, è soprattutto nella costruzione della tensione che Good Boy conquista l’attenzione. Complice la durata contenuta di un’ora e dieci minuti, sufficiente a evitare ripetizioni e a esprimere appieno le intenzioni della sceneggiatura, il film vive di silenzi e attese, conducendoci nella mente di un cane come raramente è accaduto prima.
Conclusioni finali
Un esperimento riuscito, capace di trasformare i propri limiti in punti di forza e di imporsi come un piccolo unicum nel panorama horror contemporaneo. Giacché l’incubo raccontato è osservato dal punto di vista del cane Indy, un protagonista a quattro zampe di straordinaria espressività che è in grado di attirarsi sin da subito le simpatie – e le relative preoccupazioni – del pubblico.
Good Boy a tratti sembra compiacersi della propria formula, ma la breve durata e una solida costruzione della tensione e della minaccia soprannaturale mantengono vivo l’interesse. L’autenticità emotiva del rapporto tra Todd e il suo cane aggiunge infine un’ulteriore intensità drammatica a un’operazione sui generis, tanto semplice quanto sorprendentemente efficace.









