Enrico Nigiotti torna in gara al Festival di Sanremo 2026 con il brano dal titolo “Ogni volta che non so volare”, una canzone intima e potente allo stesso tempo che segna per l’artista un ritorno importante su un palcoscenico in grado di regalare emozioni uniche a ogni cantante che vi sale per esibirsi davanti al pubblico festivaliero. Per Nigiotti si tratta della sua terza partecipazione al Festival: l’artista infatti, ha preso parte alla kermesse canora per la prima volta nel 2019 con il brano “Nonno Hollywood”, il cui testo ha vinto il Premio Lunezia al valore musical-letterario, e nel 2020 in gara con il brano “Baciami adesso”.
Intervista a Enrico Nigiotti, in gara a Sanremo 2026 con “Ogni volta che non so volare”
Noi di SuperGuidaTv abbiamo incontrato e intervistato Nigiotti a Milano e con lui abbiamo parlato della sua partecipazione alla prossima edizione del Festival della canzone Italiana di Sanremo 2026, ma anche del suo prossimo tour e di molto altro ancora. Ecco cosa ci ha raccontato Enrico Nigiotti alla vigilia dell’importante appuntamento canoro.
Enrico Nigiotti, benvenuto su SuperGuidaTV. Torni a Sanremo con un brano dal titolo Ogni volta che non so volare: che tipo di ritorno è questo e che rapporto hai con quel palco?
È un ritorno importante. Dopo un po’ di anni è un ritorno che per me conta molto, perché Ogni volta che non so volare è un pezzo a cui tengo tantissimo ed è anche diverso da quelli presenti nel disco. Sanremo è sempre un mondo a sé: anche se lo fai più volte, ogni volta ti regala un’emozione come fosse la prima. Sono molto felice, carico, le emozioni che sto vivendo sono estremamente positive.
Da quale esigenza nasce questo brano e c’è una frase che senti più tua?
Senza dubbio la frase “C’è bisogno di dolore per un po’ di felicità”, ormai è quasi uno status. È un brano che ho iniziato a scrivere tempo fa, una notte in cui non riuscivo a dormire. Guardavo il soffitto e ripensavo alla mia vita, a diversi passaggi. C’erano due punti che non riuscivo a sistemare e allora ho chiamato Pacifico, che reputo un grandissimo autore. Abbiamo lavorato tra Livorno e Parigi e così abbiamo completato la canzone.
Dai tuoi inizi a oggi, cosa è cambiato in te e cosa è rimasto uguale?
È cambiato l’istinto ad autosabotarmi, quello kamikaze che avevo prima: oggi sono molto più calmo. Per il resto è rimasto tutto uguale, il mio modo di scrivere quando sento il bisogno di farlo e soprattutto l’intenzione. Voglio fare musica come la sento io, voglio che mi rappresenti al 100% e non fare mai qualcosa che non mi rispecchi.
Cosa ti piace di più del tuo mestiere e cosa invece ti piace meno?
È paradossalmente la stessa cosa: il fatto che non ci sia sicurezza. Non sapere se quello che c’è oggi ci sarà domani da una parte è bello perché ti fa tremare e sentire vivo, dall’altra fa paura. Vedi gli amici con orari e routine precise, mentre tu hai periodi di grande libertà alternati a momenti intensissimi come Sanremo o il tour. A volte sembra di non lavorare, poi quel tempo libero diventa una canzone che magari arriva proprio a Sanremo.
Parliamo della serata delle cover: come nasce la scelta del brano e la collaborazione con Alfa?
“En e Xanax” per me è un gioiello della musica italiana, Samuele Bersani è un grandissimo cantautore. Alfa mi piace tantissimo e mi sembrava bello unire tre generazioni di cantautori: Bersani, io come ponte e Alfa come generazione più giovane. È bello far conoscere ai più giovani canzoni che parlano di temi attualissimi come l’ansia, ancora super moderni.
Hai mai vissuto momenti di difficoltà che ti hanno portato a pensare di mollare la musica?
Sì, più volte. Ho iniziato davvero a trent’anni e prima facevo tutt’altro. Le porte in faccia erano tante e la paura di non farcela c’era sempre. Ho pensato spesso di mollare, ma poi ho capito che i “No” non devono essere degli stop. Da qui nasce anche il titolo Maldetti Innamorati: i sognatori che non smettono, anche quando tutto sembra dire il contrario.
Il titolo del disco è anche quello del tour che seguirà Sanremo. Perché hai scelto i teatri?
Il teatro è il luogo dove è nata la musica, è fatto apposta per ascoltarla. È un ambiente molto intimo. Ieri eravamo al Fraschini di Pavia, un teatro bellissimo all’italiana, e sono felicissimo perché tutti i teatri sono sold out. È una dimensione che mi piace tantissimo, respiri il pubblico addosso.
Ti definiscono spesso una penna sincera e senza filtri: oggi è ancora possibile esserlo nell’industria musicale?
Assolutamente sì. Io non riuscirei a scrivere qualcosa che non ho vissuto o in cui non credo, per onestà intellettuale. Ci sono tante penne giovani bravissime: Olly, Alfa, Fulminacci, Serena Brancale. La sincerità nella musica esiste ancora, eccome.
In caso di vittoria e quindi di partecipazione all’Eurovision, ti sei mai posto il problema di partecipare o prendere posizione come ha fatto Levante che ha detto che nel caso non parteciperà?
Io vado a Sanremo senza pensare a podio, premi o Eurovision. Porto una canzone e un progetto che è un disco. Qualsiasi cosa dovesse accadere, avrebbe più senso rispondere quando e se succederà. La guerra è sempre uno schifo, ma io in questo momento penso solo alla musica.
Se potessi parlare all’Enrico Nigiotti degli inizi, cosa gli diresti oggi?
Di non smettere di crederci. La sofferenza, la paura e la fatica prima o poi ripagano. Come diceva Neruda: “se non scali la montagna non potrai mai goderti il paesaggio”. La strada è in salita, ma non bisogna avere paura di continuare a camminare.