Evan Birch è un insegnante di filosofia di mezz’età, sposato e padre di due bambini. Molto apprezzato dai suoi studenti e ancora affascinante, il protagonista di Doppia colpa si è recentemente trasferito con la famiglia in una cittadina universitaria, in fuga da un passato che ben presto tornerà a tormentarlo quando una ragazza di diciassette anni, Joyce Bonner, viene ritrovata senza vita in fondo a un lago.
Un testimone ha notato la sua automobile girovagare nella zona e il detective Robert Malloy, a capo delle indagini, comincia presto a ritenerlo il principale sospettato del delitto, pur non avendo prove certe a supporto della sua tesi. Ma nel frattempo le voci e il chiacchiericcio rischiano di rovinare non soltanto la carriera dell’uomo, ma anche i suoi stessi legami affettivi, mentre il confine tra verità e percezione si fa più labile ogni giorno che passa.
Doppia colpa: dimmi chi sei – recensione
Se nemmeno i personaggi stessi sembrano potersi fidare dei loro ricordi, figuriamoci lo spettatore che deve districarsi in questo corollario di false piste, bugie e colpi di scena che caratterizza i cento minuti di visione. Doppia colpa costruisce attorno a questa girandola di eventi e di domande un thriller psicologico che vorrebbe trasformare un classico caso di omicidio, tipico del cinema poliziesco, in un esercizio sull’inaffidabilità della memoria e sulla relatività della verità.
Fa impressione che nella veste principale vi sia Guy Pearce, che aveva trovato uno dei suoi ruoli cult proprio nel magnifico Memento (2000), tutto giocato sui ricordi e sulla capacità di ingannare la mente stessa. Qui il suo personaggio è quasi speculare, ma il film non possiede certo il fascino e l’ambiguità del moderno classico che lanciò la carriera di Christopher Nolan. A fronteggiarlo nei panni dell’arcigno, pragmatico, detective troviamo un Pierce Brosnan dall’aplomb impeccabile, con Minnie Driver nei panni della moglie che non sa se potersi fidare o meno del padre dei suoi figli.
Un guazzabuglio confuso
Peccato che il regista svedese Simon Kaijser, alla sua prima produzione dal budget corposo e con un cast di nomi importanti, non riesca a trasformare le pur suggestive premesse in un titolo all’altezza delle proprie ambizioni, condividendo in buona parte le colpe con gli sceneggiatori Matthew Aldrich e George Harrar. La storia finisce infatti per affidarsi a depistaggi e simbolismi più gratuiti che effettivamente propedeutici al racconto o a quanto sta avvenendo tra i protagonisti, togliendo spontaneità e verosimiglianza a una vicenda che si perde progressivamente per strada fino all’improbabile finale.
Le accuse di violenza sessuali rivolte a insegnanti, siano questi universitari o di scuole primarie / secondarie, sono assai diffuse sul grande schermo, con alcuni risultati eccellenti come Il sospetto (2012) di Thomas Vinterberg o il più recente L’innocenza (2023) di Hirokazu Kore-eda, capaci di esplorare a fondo il peso di tali incriminazioni, provate o meno queste poi siano. Doppia colpa invece si dimentica pressoché totalmente la vittima, che diventa unicamente un espediente per l’anima crime e tensiva, deragliante come detto su soluzioni poco omogenee e che rischiano di scadere nel ridicolo involontario.
Conclusioni finali
Potenzialità inespresse in questa storia di memorie incerte e responsabilità da assegnare, che si carica di spunti salvo poi affidarsi a svolte forzate e inverosimili nella conclusione della vicenda. Doppia colpa, un titolo italiano che vuol dire tutto e niente – l’originale Spinning Man, ovvero “l’uomo che gira a vuoto”, era ben più incisivo – è un film che parte bene, sfruttando anche i suoi magnifici antagonisti interpretati da Guy Pearce e Pierce Brosnan, ma si perde quando i nodi devono infine venire al pettine.
La vittima finisce così per essere “assassinata” una seconda volta dalla sceneggiatura, che si dimentica di lei ben presto per scavare invece con ben poche sottigliezze nella psicologia di un protagonista che non può più fidarsi nemmeno di se stesso. E nonostante suddetto cast di livello, impegnato con dedizione alla causa, la vicenda si avvia verso un epilogo inaspettatamente povero di significati, gratuite metafore a parte.