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Discesa negli inferi, l’orrore si nasconde negli abissi – Recensione

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Un nemico di origine sconosciuta, un’ambientazione che ci trascina nelle profondità della Terra e un gruppo di personaggi pronti a fungere da classiche vittime sacrificali, come nel più classico horror di serie B. Discesa negli inferi, libero adattamento dell’originale Bone Keeper (ovvero Il custode delle ossa), non nasconde la propria natura estremamente derivativa, con l’obiettivo di strizzare l’occhio agli appassionati del filone.

Appassionati che potranno cogliere fin da subito le numerose citazioni, alcune volute altre meno, a capisaldi del genere, dalla saga di Alien nella rappresentazione di questa creatura assimilante alle atmosfere claustrofobiche di The Descent – Discesa nelle tenebre (2005). Come nel cult di Neil Marshall infatti la vicenda è ambientata per gran parte in quelle grotte sotterranee dove si innesca la disperata lotta per la sopravvivenza dei personaggi, contro questo villain di provenienza extraterrestre.

Discesa negli inferi: tra cielo e Terra – recensione

Che il babau provenga da un altro mondo lo scopriamo sin dal prologo, dove quattrocentomila anni fa un meteorite si schianta sul nostro pianeta in una zona boschiva dell’odierno Galles. I primi a farne le spese, imbattendosi nel mostro che l’asteroide portava con sé, sono una famiglia di Neanderthal. Prima di arrivare ai giorni nostri, l’azione si sposta poi nel 1976, con il giornalista James Wheeler che decide di indagare proprio sulle voci riguardanti quell’oscura presenza, entrando all’interno di suddette cavità e scomparendo senza lasciare traccia.

Nel presente la nipote dell’uomo, Olivia Wheeler, intende ripercorrerne le tracce dopo che anche sua madre è svanita misteriosamente nel nulla mentre cercava di scoprire di più sulle sorti del genitore. In compagnia di alcuni amici e di una videoblogger incrociata per caso, la protagonista di Discesa negli inferi scoprirà ben presto come la leggenda sia spaventosamente reale.

Più contro che pro

Se la sceneggiatura fosse stata un minimo più curata, Discesa negli inferi avrebbe anche potuto garantire qualche discreta emozione a tema. Gli effetti speciali, pur portandosi dietro un ché di finto nella loro pur accattivante essenza prostetica, riescono infatti a essere inquietanti in diversi passaggi e lo stesso design delle creature, per quanto non originalissimo, riesce a farsi gradevolmente disturbante nelle fasi più concitate del racconto.

Ma la caratterizzazione dei protagonisti e le decisioni che questi prendono nel corso degli eventi sembra forzata unicamente a garantire una progressiva eliminazione degli elementi secondari, lasciando il finale aperto a una sorta di “resa dei conti” tra Olivia e quella nemesi che ha da decenni un conto in sospeso con la sua famiglia. Peccato che le inverosimiglianze a tratti siano troppo marcate per essere anche solo parzialmente giustificabili, rovinando quell’atmosfera di crescente terrore che pur nella parte centrale si stava progressivamente insinuando nella narrazione.

Non aiuta un cast che, complice la scarsa caratterizzazione dei relativi alter-ego, non si impegna più di tanto e che vanta come guest-star la presenza di John Rhys-Davies, iconico interprete di Gimli nella trilogia de Il signore degli anelli e volto conosciuto su grande e piccolo schermo.

Conclusioni finali

Il terrore si nasconde negli abissi e le sue malcapitate vittime cadono tra le sue grinfie più per stupidità e forzature narrative che per effettiva coerenza del racconto, in un horror di serie B che prova a farsi leva sulla propria natura derivativa. Discesa negli inferi avrebbe però dovuto giocare maggiormente sull’autoironia per risultare efficace, prendendosi invece fin troppo sul serio nel corso dei novanta minuti di visione.

Quelle grotte che celano nei loro anfratti una creatura aliena ormai millenaria, potenziale distruttrice di mondi rimasta nascosta per secoli agli occhi dell’umanità, sono l’ambientazione ideale per le scene maggiormente tensive e gli effetti speciali prostetici, seppur portandosi dietro un sapore di “finto”, si fanno qua e là piacevolmente disturbanti, per un racconto che finisce poi per perdersi in svolte prevedibili e facilmente evitabili.

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