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Delia: “Con ‘Sicilia Bedda’ porto il siciliano oltre gli stereotipi. La mia paura più grande? Perdere me stessa nell’industria musicale. Il caso ‘Bella Ciao’? Non era assolutamente mia intenzione mancare di rispetto” – Intervista

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Dopo il successo dei suoi singoli e un tour che sta registrando importanti riscontri in tutta Italia, Delia torna con “Sicilia Bedda”, il suo nuovo album. Un progetto che mette al centro la lingua siciliana come strumento contemporaneo di espressione artistica, lontano dagli stereotipi e capace di parlare a un pubblico sempre più ampio. Nell’intervista concessa a SuperGuidaTV, l’artista racconta la genesi del disco, il legame con la sua terra, l’emozione di esibirsi al Teatro Antico di Taormina, il rapporto con Serena Brancale e torna anche sulle polemiche nate dopo la sua interpretazione di “Bella Ciao” al Concertone del Primo Maggio.

Intervista a Delia

Delia, bentornata su SuperGuidaTV. Siamo qui per parlare del tuo nuovo album, “Sicilia Bedda”. Raccontaci questo progetto e il significato del titolo.

Sono felicissima che questo album veda finalmente la luce. “Sicilia Bedda” prende il nome dal singolo che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, ma la vera radice del progetto non è la Sicilia intesa semplicemente come territorio. Il cuore dell’album è piuttosto la lingua siciliana, che rappresenta il filo conduttore di tutti i brani presenti nel disco. Credo che il siciliano sia una lingua antica, ma non per questo vecchia. Non appartiene necessariamente a un solo genere musicale, come spesso si pensa. È una lingua che può indossare tanti vestiti diversi, ed è proprio quello che ho cercato di dimostrare attraverso queste canzoni.

La Sicilia è sempre molto presente nella tua musica. Cosa pensi non sia stato ancora compreso davvero di questa terra e che vorresti raccontare attraverso le tue canzoni?

In realtà credo che sia stato compreso, anche se esistono ancora molti pregiudizi. La Sicilia e i siciliani sono autentici, veri, passionali. Sono fuoco. È questo che voglio trasmettere nelle mie canzoni. In fondo rappresento un po’ lo stereotipo positivo della donna siciliana: libera, ribelle e soprattutto autosufficiente.

C’è un brano dell’album che ti ha emozionato più degli altri durante la scrittura?

Sì, “Ninanana Natia”. È una ninna nanna che ho scritto per mia madre. Nel titolo ho spostato volutamente l’accento perché mia madre si chiama Natia. È stato come parlare alla bambina che vive dentro di lei. Ho voluto prendermi cura di mia madre così come lei si è presa cura di me. È una canzone che mi tocca profondamente.

Hai scelto di utilizzare il dialetto siciliano in tutto il progetto. Ti aspettavi che una lingua così legata a una regione potesse essere apprezzata anche a livello nazionale e internazionale?

Penso che quando qualcosa viene fatto con sincerità e amore riesca sempre ad arrivare alle persone. Inoltre stiamo vivendo un momento particolarmente fertile: ci sono tanti artisti siciliani che stanno portando la nostra lingua e la nostra cultura in tutta Italia e anche all’estero. Sono molto felice che oggi sia sempre più riconosciuto il valore del siciliano come lingua sulla quale vale la pena scommettere.

Quanto c’è di te in brani come “Femmina”, “Libera” e “Zitta e Muta”?

Io ci sono in tutte le mie canzoni. In “Libera” c’è la parte più irriverente di me, in “Cleopatra” quella più ironica, in “Femmina” quella più sfacciata, mentre in “Zitta e Muta” emerge il lato più cupo e consapevole. Sono sfaccettature diverse della stessa persona.

Se potessi dedicare una canzone alla Delia adolescente, quale sceglieresti?

Le dedicherei “Libera”.

Perché?

Perché sono sempre stata una persona libera, ma in passato ho avuto paura di esserlo fino in fondo. Con il tempo ho imparato ad amarmi e a comprendermi, con i miei pregi e i miei difetti. Direi alla Delia di allora di essere ancora più libera e di non avere paura di mostrarsi per ciò che è.

Nella tua carriera c’è una figura importante come Serena Brancale. Avete condiviso il palco di Sanremo e collaborato insieme, anche con Levante, nel brano “A mio paese”. Cosa ti ha insegnato Serena?

Per me Serena è una sorta di madrina artistica, ma anche una sorella. È una persona meravigliosa. Artisticamente rappresenta alla perfezione la capacità di prendere la tradizione e trasformarla in qualcosa di nuovo e accessibile a tutti. Ero sua fan ancora prima delle nostre collaborazioni, ho seguito tutto il suo percorso e credo che da una persona come lei ci sia soltanto da imparare.

Secondo te perché “A mio paese” è diventato quasi un manifesto generazionale?

Perché la nostalgia per il luogo che si è costretti a lasciare è un sentimento molto diffuso. Sono felice che tante persone si siano riconosciute in quelle parole e nel desiderio di tornare alle proprie radici.

Sei in tour in tutta Italia e molte date stanno registrando grande partecipazione. Che effetto ti fa vedere così tanto pubblico?

I concerti sono la parte più magica di questo mestiere. Vedere tante persone lì per ascoltare la tua musica è qualcosa a cui non ci si abitua mai. Mi sento grata e fortunata. L’unica cosa che posso fare è prepararmi al meglio per ogni spettacolo e cercare di restituire al pubblico lo stesso amore che ricevo.

Ti esibirai anche al Teatro Antico di Taormina. Che emozione sarà salire su uno dei palchi più simbolici della Sicilia?

Sinceramente non mi aspettavo di arrivare così presto a calcare un palco del genere. È una soddisfazione enorme, sia come artista sia come siciliana. Lo farò nella mia terra, in un luogo dove ho visto esibirsi tantissimi grandi artisti. Questa volta sarò io sul palco e credo che sarà un’emozione fortissima.

Non possiamo non affrontare il tema delle polemiche nate dopo la tua interpretazione di “Bella Ciao” al Concertone del Primo Maggio. Cosa ti ha ferito maggiormente di quanto accaduto?

La cosa che più mi dispiace è che sia stato attribuito al mio gesto un significato che non aveva. Non era assolutamente mia intenzione mancare di rispetto alla Resistenza o ai partigiani. Il mio voleva essere un messaggio di umanità e di pace. Quello che mi ha ferito davvero è stato il livello raggiunto da alcune reazioni. È legittimo non condividere il pensiero o le scelte di qualcuno, ma dalle critiche alle minacce di morte c’è una grande differenza. Mi dispiace che sia passato un messaggio diverso da quello che volevo trasmettere. Tengo a ribadire che non ho assolutamente nulla contro i partigiani e la loro storia.

Guardando al futuro, c’è una collaborazione che sogni particolarmente?

Ce ne sono tante, ma se dovessi fare una classifica direi Mannarino, Vinicio Capossela e Carmen Consoli.

Cosa ti spaventa invece del mestiere dell’artista?

La mia paura più grande è perdere di vista me stessa. L’industria musicale è un vortice continuo di impegni, eventi e scadenze. È facile dimenticarsi di fermarsi. Per questo cerco sempre di ritagliarmi dei momenti per ricordare chi sono, da dove vengo e quali sono le persone che mi tengono ancorata alla realtà.

Molti attori raccontano di percepire una certa precarietà nel loro lavoro. Anche nella musica è così?

Forse è ancora presto per rispondere. Sono in questo ambiente da poco tempo e non ho ancora una percezione chiara di quello che sarà il mio futuro nell’industria musicale. Sicuramente è un mondo fatto di alti e bassi, ma credo che questo riguardi soprattutto il successo e la notorietà. Oggi si è sotto i riflettori, domani potrebbe esserci qualcun altro. Tuttavia penso che esista sempre un modo per vivere del proprio mestiere: a volte cambiano le prospettive, ma non necessariamente le possibilità.

Grazie Delia.

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