Kris Williams è una giovane regista di cinema indipendente che ha già ottenuto una certa fama grazie al suo film di debutto, particolarmente apprezzato nei circuiti festivalieri. Grande appassionata di horror, non può credere ai suoi occhi quando le viene affidato il compito di rilanciare il franchise di Camp Miasma, storica serie slasher finita da tempo nel dimenticatoio dopo molti sequel improbabili.
La protagonista di Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte ha visto il primo capitolo da bambina e da allora ne è diventata la prima fan, al punto da conoscerne ogni dettaglio e la storia completa del personaggio di Little Death, serial killer armato di lancia e col volto coperto da un’inquietante maschera a forma di bocchetta piramidale. Per convincere Billy Presley, star dell’originale, a partecipare al reboot, Kris la raggiunge nel luogo stesso delle riprese del capostipite, dove l’attrice ha continuato a vivere in una dimora che poggia sulle fondamenta del fittizio massacro. Ma come Krist scoprirà ben presto, l’orrore rischia di diventare realtà.
Camp Miasma: dentro e fuori lo schermo – recensione
Il cinema horror come una sorta di rifugio, in bilico costante tra l’ossessione e il trauma da elaborare, alla ricerca di una potenziale catarsi a venire. Jane Schoenbrun rimastica lo slasher anni ’80, immergendolo a fondo nella propria memoria e cultura cinefila per plasmarlo in qualcosa di inedito, pur continuando a rispettarne la mitologia.
A due anni dal già folgorante I Saw the TV Glow (2024), coming-of-age che esplorava la sessualità tramite le formule di un cinema fantastico, sospeso tra Lynch e le influenze moderne del filone, la regista trans realizza un’altra opera ricchissima, metacinematografica e ricolma di amore e desiderio, con il sottotitolo incluso in Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte che racchiude mondi e suggestioni che saranno poi effettivamente esplorate nel corso delle quasi due ore di visione.
Un film senza mezze misure
Come nei suoi precedenti lavori, anche qui l’autrice affronta in modo viscerale ed esplicito le tematiche relative alla disforia di genere, all’esplorazione dell’identità queer e della transizione, adoperando l’animo splatter del racconto in un’ottica simbolica per nulla banale. La sceneggiatura parte da un immaginario volutamente derivativo, immerso in una connotazione grezzamente richiamante i titoli anni Ottanta a tema – dalla saga di Venerdì 13 a quella di Halloween, e così via – per addentrarsi nelle molteplici sfere della sessualità contemporanea.
Hannah Einbinder e Gillian Anderson, la prima ideale alter-ego della stessa Schoenbrun, la seconda affascinante incarnazione delle archetipiche scream queen dell’epoca, formano una coppia semplicemente irresistibile, con una chimica palpabile anche e soprattutto nelle scene più controverse e sensuali, dove l’eros stesso viene brutalizzato e aperto a riflessioni più profonde. Ferite da rimarginare e orgasmi da raggiungere, in un mix al sangue dove carne e fluidi trovano ideale unione, fino a quell’epilogo che aggiunge ulteriore ambiguità, sorta di exploit purificatore dai mali del mondo.
Presentato come film d’apertura di Un Certain Regard al Festival di Cannes 2026, Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte è un omaggio che non vive solo di nostalgia, ma si arricchisce di una personalità distinta che dà vita a scene madri potenti, con paesaggi suggestivi che giocano sul confine tra vero e falso e uno sguardo visionario che riesce a farsi al contempo citazione e aggiornamento, dicendo molto sul rapporto tra lo spettatore e il cinema, tra chi guarda e chi viene guardato, sull’occhio voyeuristico e sulla fama effimera.
Conclusioni finali
Rivisitare l’immaginario slasher per dare vita a un ibrido contenitore, opera metacinematografica che si carica di continue suggestioni, sfruttando l’horror come veicolo per dire altro, vomitando riflessioni sulla sessualità e sull’identità di genere con sensibilità e furore, tra erotismo e violenza orgogliosamente splatter.
In Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte troviamo anche un film nel film che dice molto su quanto la regista Jane Schoenbrun intendesse raccontare, riflettendo sul rapporto tra immagini e pubblico. Due protagoniste straordinarie nel dar vita a un legame che da professionale diventa sempre più un’intima indagine sulla transizione, su ciò che lo spettatore si aspetta e su come lo schermo sia pronto a darglielo, in un gioco di specchi crudo e straniante, dove tensione e (macabra) ironia sono al servizio di una sofisticata e serissima parodia.