ADV

Butcher’s Crossing: Nicolas Cage a caccia di bufali in un western crepuscolare – Recensione

ADV

Kansas, 1874. Will Andrews è un ragazzo di buona famiglia che ha abbandonato Harvard in cerca di qualcosa che i libri non possono dargli. Il suo viaggio lo porta nella cittadina di Butcher’s Crossing, con una lettera di presentazione per un certo McDonald, un commerciante di pelli di bisonte con cui il padre aveva fatto affari in gioventù. L’uomo lo accoglie con diffidenza, cercando di spegnere sul nascere le sue aspettative.

Will non lo ascolta e al saloon si imbatte in Miller, un cacciatore di lungo corso dalla testa rasata e dalla lingua tagliente, che sostiene di conoscere una valle nascosta nel cuore delle Montagne Rocciose, dove i bisonti si radunano in numero tale da non essere stati ancora presi di mira dalle rotte commerciali della caccia. Ossessionato dall’idea di fare una fortuna in pelli, Miller riesce grazie al suo carisma a convincere Will a finanziare la spedizione e questi accetta, ignaro delle conseguenze.

Butcher’s Crossing: fino all’ultima pelle – recensione

Prima di parlare di Butcher’s Crossing, occorre spendere qualche parola sul romanzo da cui è tratto, perché la sua storia editoriale è parte integrante del senso di quest’adattamento. Lo scrittore John Edward Williams pubblicò il testo nel 1960, convinto che la letteratura americana avesse bisogno di sguardi scomodi, capaci di guardare al mito fondativo della frontiera non come epopea eroica ma come un’analisi critica.

Vide così la luce un racconto western che era in realtà un trattato morale sulla (auto)distruzione, che il regista Gabe Polsky – documentarista di lungo corso – ha evidentemente compreso nel trasporre sullo schermo, senza ammorbidirne gli spigoli in un film pur imperfetto nelle sue non celate ambizioni.

Maschere e pugnali

Il riferimento che salta subito all’occhio per un pubblico con un minimo di cultura letteraria è quello con il Moby Dick di Melville, un paragone tutt’altro che forzato: Miller è infatti una sorta di capitano Achab delle pianure, un uomo consumato dall’ossessione che perde progressivamente ogni residuo di umanità, trascinando con sé coloro che hanno scelto, ingenuamente o meno, di seguirlo in quella folle e sanguinosa missione ai confini del mondo.

Un protagonista che vive dell’intensa interpretazione di Nicolas Cage, che qui rinuncia al suo iconico e distintivo over-acting per lavorare di sottrazione, con una presenza fisica monumentale e una gestione delle emozioni che lavora quasi interamente in superficie, lasciando intuire il fondo dell’abisso senza mai mostrarlo pienamente. Resta anche il principale punto di forza di una pellicola altrimenti onesto ma modesta, che cerca di destituire il western della sua epica mitizzante in un contesto paesaggistico pur altamente suggestivo.

La fotografia trasforma le pianure del Montana e i parchi nazionali dove è stato girato in un palcoscenico al contempo sublime e minaccioso, con lo scorrere dello stagioni in un crescendo visivo che tocca il suo apice al sopraggiungere del rigido e glaciale inverno. La presenza degli animali è reale e si percepisce in ogni fotogramma in cui appaiono, donando alla visione un sapore del tutto particolare, anche laddove sceneggiatura e messa in scena si adagiano su una sobrietà priva di effettivi guizzi, narrativi o stilistici di sorta.

Conclusioni finali

Un western crepuscolare e deliberatamente scomodo, fedele nell’anima al romanzo alla base e capace di raccontare una discesa agli inferi sfruttando la controllata follia di un Nicolas Cage in versione ferale, leader implacabile consumato dall’ossessione.

Gli splendidi paesaggi e la presenza di reali esemplari di bufalo rendono Butcher’s Crossing una produzione visivamente affascinante, anche se la sceneggiatura non sempre riesce a reggere il peso delle ambizioni di partenza, con personaggi secondari appena abbozzati e alcune sequenze mal gestite a livello di ritmo e salti temporali, per un film comunque accattivante anche nelle sue sbavature.

ADV
Articoli correlati