Il governo brasiliano è ai ferri corti con l’Irmandade, la potente organizzazione criminale di San Paolo che controlla le carceri e gestisce rivolte organizzate. Dopo il rapimento di Elisa, figlia diciottenne del fondatore, da parte di poliziotti corrotti che ora chiedono un cospicuo riscatto alla zia della ragazza, la nota avvocatessa Christina, la guerra aperta appare ormai inevitabile.
In Brotherhood: Stato di paura si scatena così il panico nelle strade e la legale farà di tutto per scoprire dove si trova la nipote, imbarcandosi in una pericolosa missione per salvarla prima che sia troppo tardi. In una città in fiamme e dichiarata sotto assedio, si muovono i destini di personaggi vittime sì dei propri sbagli, ma anche di un sistema dove la violenza genera violenza e all’ingiustizia si risponde con la vendetta.
Brotherhood: questioni di sangue – recensione
Ci troviamo davanti a un film spin-off della popolare serie brasiliana Brotherhood, distribuita anch’essa su Netflix. Un lungometraggio che predilige un senso di immersione dal taglio semi-documentaristico – qualcuno forse penserà a un classico del cinema carioca di inizio millennio come City of God (2002). Qui le dinamiche sociali, pur (pre)potenti all’interno della narrazione, sono comunque assoggettate alla logiche narrative del cinema di genere, con l’azione che prende il sopravvento fin dallo scoppiettante prologo.
Prologo che si ricollega direttamente all’epilogo – la sceneggiatura procede su una sorta di flashback a ritroso – e mette in chiaro uno dei marchi distintivi dell’approccio stilistico di Brotherhod: Stato di paura. Il regista Pedro Morelli si affida infatti in diverse occasioni al piano sequenza, restituendo un senso di urgente tensione e sfruttando al meglio le specificità degli ambienti per costruire un’azione sanguigna e viscerale, quando non brutale e spietata.
Vecchi e nuovi
Certamente la pellicola si farà maggiormente apprezzare da chi ha già familiarità con la serie madre, con alcune situazioni che vengono date per scontate e personaggi introdotti più o meno sbrigativamente. Ma nonostante gli immancabili collegamenti, Brotherhood: Stato di paura ha il merito di farsi apprezzare anche da uno spettatore neofita, in quanto la storyline principale – il rapimento che scatena il caos e la missione della protagonista per riportare a casa la nipote – non è altro che la riproposizione di un archetipo alquanto canonizzato nel filone.
La storia non idealizza nessuna delle parti in causa, a sottolineare che non ci sono santi ma soltanto peccatori, e quel finale dove ancora una volta sangue chiama sangue è il perfetto sigillo di questo cerchio di morte che sembra non avere mai fine, in un Paese come il Brasile dove le disparità sociali e il crimine regnano indisturbati, forze dell’ordine corrotte incluse. Tra pedinamenti su quattro ruote, fughe a rotta di collo, sparatorie e potenziali esecuzioni, il film ha una discreta dose di varietà e il ritmo sostenuto è in grado di coprire alcune forzature e le lacune dei personaggi, che a volte sembrano fare di tutto per complicarsi gratuitamente la vita.
Conclusioni finali
Una guerra senza esclusione di colpi quella tra la corrotta polizia di San Paulo e le gang criminali che scorrazzano per le strade della megalopoli carioca. Spin-off che porta in versione filmica l’omonima serie madre, Brotherhood: Stato di paura ne mantiene la cupezza e la crudeltà in una storia che progressivamente prende una piega assai personale, ambientata nell’inferno di una città dove ormai regna solo la violenza.
I diversi piano sequenza che elevano la regia nei frangenti chiave del racconto imprimono una notevole dose di tensione, amplificando la sensazione di pericolo incombente sui protagonisti, vittime o carnefici in un contesto dove il confine tra bene e male è quanto mai labile e il ricorso alla violenza diventa l’unico salvacondotto per garantirsi la sopravvivenza.