All’inizio del film il giovane Yan Shuo si solleva ripetutamente su una barra per trazioni nel cortile della scuola, quando improvvisamente un pallone da basket lo colpisce alla testa, facendolo cadere a terra e provocandogli un infortunio a una gamba. Il responsabile è Tu Wei, figlio unico di una famiglia della media borghesia cinese. Per scusarsi, Wei lo invita a casa sua per giocare ai videogiochi e fermarsi a cena. Un gesto apparentemente innocente che finirà per innescare una catena di eventi dai contorni sempre più ambigui e perturbanti.
In Breve storia di una famiglia Shuo diventa presto una presenza costante tra quelle mura domestiche, anche a causa della difficile situazione vissuta con il padre, rimasto vedovo e schiavo dell’alcool. I genitori di Wei lo prendono in simpatia al punto da sembrare preferirlo al loro stesso figlio, che d’altronde passa gran parte del proprio tempo davanti ai videogiochi, senza un chiaro obiettivo per il futuro. Giorno dopo giorno, Shuo si insinua sempre più nelle crepe emotive di chi lo ospita, trasformandole in voragini difficili da colmare.
Breve storia di una famiglia ma non solo – recensione
Esordio nel lungometraggio di Lin Jianjie, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2024, il film disseziona l’iconografia della classica famiglia borghese, assumendo progressivamente un respiro dal valore potenzialmente universale. Un discorso che si fa ancora più complesso e stratificato in un Paese come la Cina, dove soltanto da pochi anni è stata abolita la cosiddetta “legge del figlio unico”, che per decenni ha impedito alle coppie di avere più di un bambino.
L’elefante nell’armadio diventa così elemento centrale nelle aspettative che i genitori riversano su quel nuovo arrivato, percepito come incarnazione di speranze e desideri repressi, fino a mettere in secondo piano il sangue del loro sangue, tra gelosie e sospetti che emergono con sempre maggiore evidenza nel corso dell’ora e mezza di visione. Un racconto che mette a nudo, con quell’anima tensiva che progressivamente prende il sopravvento, il disagio esistenziale della classe media contemporanea.
Gruppo di famiglia in un interno
Lin Jianjie mantiene deliberatamente una sana ambiguità fino alla fine, negando allo spettatore l’accesso ai reali pensieri di Shuo e mostrandone soltanto la maschera impenetrabile, dietro la quale potrebbe celarsi tanto un genio criminale quanto un ragazzo disperatamente in cerca d’affetto. È proprio in questa assenza di risposte nette che il film trova una forza intimista notevole, lasciando che le emozioni affiorino nella loro fredda naturalezza, senza ricorrere a scene madri gratuite o a una stanca retorica emozionale.
Il senso dell’operazione è ben riassunto da una dichiarazione dello stesso regista: «Avendo studiato biologia all’università, sono sempre stato affascinato dall’idea che il microcosmo rifletta spesso il mondo macro. In questo film esamino una famiglia sia come cellula vivente attraversata da cambiamenti a più livelli, sia come cellula della nostra società in evoluzione, che inevitabilmente modella la psiche e i sentimenti delle persone».
Shuo viene così “assorbito” dalla famiglia del compagno di scuola come una sostanza inglobata da una cellula, in un processo che può rivelarsi vitale o tossico a seconda dei casi. La scienza diventa metafora della società in una narrazione stratificata che si carica di significato.
Conclusioni finali
Un esordio che rivela una maturità stilistica e una visione d’insieme sorprendenti, capace di lavorare sulla tensione e sul dramma partendo da una storia apparentemente semplice, ma arricchita da suggestioni continue lungo l’ora e mezza di visione. Una famiglia destabilizzata da un elemento esterno insinuatosi quasi per caso, pronto a farla implodere da dentro, consapevole o meno del proprio ruolo.
Breve storia di una famiglia è già un titolo che dice molto, se non tutto, all’interno di un micro-universo narrativo coerente, dove ogni scelta serve il discorso tematico senza mai scivolare nella retorica o nei facili colpi di scena. Un rigore che si riflette anche nella regia precisa e in un’estetica algida, perfettamente funzionale a raccontare l’ambiguità che affiora e si nasconde nelle ombre di una Cina sospesa tra leggi passate e incertezze future.