Tra i volti più apprezzati della fiction italiana, Beatrice Arnera ha incontrato il pubblico del Giffoni Film Festival raccontando il suo percorso tra televisione, cinema e teatro. Dall’affetto per Odio il Natale alla riflessione sulla precarietà nel mondo dello spettacolo, passando per il desiderio di riportare in vita Romolo + Giuly e l’emozione di aver lavorato con Carlo Verdone, l’attrice si è raccontata a tutto tondo ai microfoni di SuperGuidaTV.
Intervista a Beatrice Arnera al Giffoni Film Festival
Beatrice Arnera, benvenuta su SuperGuidaTV e benvenuta al Giffoni Film Festival. Sei stata protagonista di tante serie di successo, da Una Grande Famiglia a Il Paradiso delle Signore, passando per Il Commissario Montalbano, Un passo dal cielo 5 e Buongiorno, Mamma!. Quale personaggio o quale set ti è rimasto maggiormente nel cuore?
«In realtà ti cito una serie che non hai nominato: Odio il Natale. È stata un’esperienza divertentissima perché in qualche modo lavoravo in famiglia. Pilar Fogliati è una delle mie più care amiche, quindi è stato bellissimo ritrovarsi insieme in una situazione che univa amicizia e lavoro. Sono anche molto grata a Laura Chiossone, che considero un’ottima regista. Ho lavorato con lei in diversi progetti e mi sono sempre trovata molto bene. Mi piace il suo sguardo, il modo in cui osserva e racconta le storie. Per questo Odio il Natale è una serie che porto davvero nel cuore.»
Negli ultimi mesi si è aperto un dibattito sull’orario di messa in onda delle fiction. Molti tuoi colleghi stanno chiedendo di anticiparlo perché gli attuali orari rischiano di penalizzare sia il pubblico sia il lavoro che c’è dietro una serie. Qual è il tuo pensiero?
«Sono molto d’accordo. Credo che bisognerebbe tutelare maggiormente l’aspetto creativo e artistico di un progetto. Anche la collocazione in palinsesto può rappresentare un vantaggio o uno svantaggio enorme. Se si crede davvero in una serie, bisogna sostenerla non soltanto dal punto di vista produttivo, promozionale ed economico, ma anche mettendola nelle condizioni migliori per essere vista. Un orario accessibile è fondamentale e non dovrebbe compromettere mesi di lavoro che precedono l’arrivo di una fiction in televisione. Per questo condivido pienamente la posizione dei colleghi che si sono esposti su questo tema.»
Nelle mie ultime interviste, sia agli attori sia ai musicisti, sto affrontando spesso il tema della precarietà nel mondo dello spettacolo. Tu come l’hai vissuta e come la affronti?
«L’ho vissuta, soprattutto all’inizio. Devo però essere sincera: parlo da una posizione piuttosto privilegiata, perché ho iniziato a lavorare quando ero davvero molto piccola. Quando sei bambina vivi tutto come un gioco. All’inizio non avevo nemmeno la percezione che fosse un lavoro retribuito. Solo entrando nell’adolescenza ho capito che poteva diventare una professione sulla quale fare affidamento anche dal punto di vista economico e dell’autonomia personale. Per questo motivo, nella mia esperienza diretta, non ho vissuto grandi difficoltà sotto quell’aspetto. Conosco però moltissimi colleghi bravissimi e straordinari che affrontano situazioni molto complicate. Penso, ad esempio, a chi cerca di vivere esclusivamente di teatro. La precarietà in questo mestiere non riguarda soltanto i compensi, che in alcuni settori sono effettivamente molto bassi, ma anche l’incertezza continua. Oggi puoi essere molto richiesto e domani sparire completamente dai radar. È un lavoro fatto di alti e bassi estremi, di oscillazioni continue. Per affrontare davvero bene questo tema dovremmo probabilmente scomodare Freud.»
Hai iniziato a lavorare molto presto. Tornando indietro con la memoria, ricordi cosa ti sei regalata con il tuo primo stipendio da attrice?
«Non lo ricordo con assoluta precisione, ma essendo sempre stata una grande secchiona direi sicuramente dei libri. Uno dei primi acquisti che ricordo con particolare entusiasmo fu L’interpretazione dei sogni di Freud. Avevo sedici anni e lo comprai alla Feltrinelli di viale Giulio Cesare a Roma. Mi sembrava un acquisto di altissimo livello culturale e ne ero orgogliosissima perché era stato pagato con i miei soldi. Mi dava una bellissima sensazione sapere di aver comprato qualcosa per me grazie al mio lavoro.»
C’è una serie del passato sulla cui set torneresti volentieri per una nuova stagione?
«Mi piacerebbe tantissimo scoprire cosa potrebbe essere oggi Romolo + Giuly. Per me è stata un’esperienza molto divertente e la vivevo da giovanissima. Sarebbe interessante riprenderla oggi, confrontandola con i temi contemporanei, con i cambiamenti sociali e con il ruolo dei social network. Mi incuriosirebbe vedere cosa potrebbe nascere da un racconto aggiornato ai tempi che viviamo. Sarebbe un bellissimo salto temporale in avanti.»
Il tema di questa edizione del Giffoni Film Festival è “Le cose impossibili”. C’è qualcosa nella tua vita o nella tua carriera che ritenevi impossibile e che invece si è realizzato?
«Lavorare con Carlo Verdone. In realtà non sono stata io a rendere possibile questa cosa: sono stata scelta e per questo mi sento immensamente grata. Ancora oggi faccio fatica a crederci. Poter scambiare messaggi con lui su WhatsApp e ridere insieme mandandoci sticker è qualcosa che, per la me stessa di qualche anno fa, andava oltre ogni immaginazione. È una di quelle cose che superano davvero il concetto di impossibile.»
Verdone ti ha dato qualche consiglio particolare?
«Sì, intanto posso dire che in parte mi ha persino guarito una laringite e già questo basterebbe a raccontare che persona sia. Al di là del grande attore e dell’artista che tutti conosciamo, io ho avuto il privilegio di incontrare l’uomo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo da vicino e di entrare davvero in contatto con la sua dimensione più umana. È una persona spettacolare, un uomo meraviglioso. Questo è il ricordo più prezioso che porto con me.»









