Prossima ai trent’anni, la guida turistica Moll Huntford vive ancora con i genitori nella casa borghese di proprietà sull’isola di Jersey. Si prende cura del padre malato di demenza ed è soffocata da una madre oppressiva che la controlla ossessivamente, anche per via di un tragico evento che ha visto protagonista Moll nell’adolescenza.
La protagonista di Beast sta festeggiando il compleanno quando la sorella le ruba la scena, annunciando la propria gravidanza. Decide così di scappare dal party in suo onore per ubriacarsi in discoteca fino al mattino successivo, dove è vittima di un tentativo di violenza da parte di un ragazzo con cui aveva trascorso la serata. Provvidenziale è l’intervento di Pascal Renouf, un operaio locale appassionato di caccia che si trovava nei paraggi. Tra loro scatta un reciproco colpo di fulmine, ma la comunità è scossa da una serie di omicidi di giovani donne che rischiano di complicare tutto.
Beast: di uomini e mostri – recensione
Nel 2017 il regista Michael Pearce debutta con un film avente forti similitudini con il mondo delle fiabe, mettendo al centro del racconto un’antieroina tormentata che nei pressi del bosco si imbatte in un uomo misterioso, che potrebbe essere tanto il Principe Azzurro quanto il Lupo Cattivo. Un’ambiguità che reggerà fino all’imprevedibile svolta finale, con un prepotente sussulto femminista a prendere il sopravvento su quello che sembrava ormai un epilogo già scritto.
Beast può contare su una sceneggiatura affilata, con dei tocchi personali in quanto Pearce è realmente cresciuto sull’isola di Jersey e ha dipinto un ritratto tagliente di quella comunità chiusa, dove i “diversi” venivano demonizzati giacché incapace di adattarsi alla conformità imperante.
Una storia liberamente ispirata alla figura del serial killer soprannominato la Bestia di Jersey, che terrorizzò la zona negli anni Sessanta e Settanta. Un aggiornamento tracciato secondo le coordinate del mystery moderno, dove i legami tra i personaggi sono utilizzati per parlare d’altro, di pulsioni ed emozioni universali.
Chi è la vera bestia?
Il motore narrativo è la trasformazione progressiva di Moll, magistralmente tracciata da Jessie Buckley – favorita agli imminenti Oscar come miglior attrice per Hamnet (2025) – nel corso dei cento minuti di visione, che riservano colpi di scena ad alto tasso di tensione. Una performance vibrante e amabilmente nervosa, che va anche oltre al materiale richiestole, nascondendo in sguardi e mezzi sorrisi il frutto di un lavoro sottile ed enorme al contempo.
Beast funziona particolarmente quando gioca con le aspettative del pubblico, con un senso di perenne inquietudine che appesta questa comunità sempre pronta a giudicare, dove la protagonista – vittima e carnefice di una gioventù mai perdonatele – nuota come un pesce fuor d’acqua, sopravvivendo giorno dopo giorno. Un’immersione ulteriormente amplificata dalla magnifica fotografia, che cattura la bellezza delle ambientazioni, trasformandole in perfetto palcoscenico di una vicenda sul senso di colpa, sull’ombra del sospetto e sulla forza dirompente e potenzialmente distruttiva dell’amore, capace di rendere ciechi o di mutare in odio brutale.
Conclusioni finali
Un dramma feroce e psicologicamente complesso, dove fratture familiari e passioni d’amore vengono sfruttate con intelligenza per dar vita ad un innesco mystery efficace e sottilmente inquieto. Un thriller che funziona su molteplici piani, anche quando offusca volutamente il contorno per dare campo libero all’esplosiva performance di una straordinaria Jessie Buckley.
Il contrasto tra la vita borghese e la libertà selvaggia in Beast vive di pulsioni e di sussulti, ribaltando continuamente le aspettative in un gioco tensivo che esplora gli anfratti più oscuri, tra sensi di colpa, redenzione e catarsi a strisciare e contaminare le basi di una narrazione meno scontata del previsto, epilogo in primis.