Un prologo animato dai toni fiabeschi racconta la storia che tutti conosciamo: il giovane cerbiatto Bambi vive felice con sua madre fino a quando un cacciatore non la uccide. Ma questa versione spinge il racconto ben oltre il trauma infantile del classico Disney. Bambi cresce in solitudine, trova una compagna di nome Faline e mette su famiglia. Un giorno, però, un camion che trasporta rifiuti tossici della società farmaceutica Wilbex investe e uccide la sua partner, mentre il cucciolo della coppia scompare nel nulla. In preda alla furia, Bambi beve l’acqua contaminata di un fiume inquinato e si trasforma in una mostruosa creatura assetata di vendetta.
In Bambi – La vendetta, a farne le spese sono Xana e il figlioletto Benji, in viaggio su un’auto a noleggio per raggiungere la famiglia dell’ex marito Simon, con il quale i rapporti sono tutt’altro che sereni. La vettura viene assalita dal cervo mutante, che massacra l’autista e costringe madre e figlio a rifugiarsi nella casa della suocera e del cognato. Da qui prende il via un massacro senza quartiere, con Bambi che semina morte tra gli umani ritenuti responsabili della contaminazione ambientale, mentre tre cacciatori assoldati dalla stessa compagnia farmaceutica si mettono sulle sue tracce.
Bambi e gli altri – recensione
Siamo al quarto capitolo del cosiddetto Twisted Childhood Universe, il progetto horror low budget inaugurato nel 2023 con Winnie-the-Pooh: Sangue e miele, che sfrutta personaggi ormai di pubblico dominio per trasformarli in killer spietati. Un’idea tanto spregiudicata quanto commercialmente astuta che, dopo un esordio piuttosto grezzo, ha mostrato una timida evoluzione nei capitoli successivi, pur restando saldamente ancorata all’ambito del b-movie trash senza freni né pudori.
Dopo il dittico dedicato all’orsetto e la versione dark di Peter Pan, è ora il turno del cerbiatto che ha fatto piangere intere generazioni di bambini di prendersi una rivalsa sanguinosa, in un racconto che oscilla continuamente tra divertimento di genere e ridicolo involontario. Al centro, non a caso, resta la figura del cucciolo rapito, con un gioco di specchi tra il “villain” a quattro zampe e la madre umana, disposta a tutto pur di proteggere il proprio figlio.
Pro e contro di un horror sui generis
Gli effetti speciali in computer grafica rappresentano al tempo stesso il punto di forza e il limite dell’operazione. Il design del Bambi mutato è indubbiamente suggestivo: denti affilati da lupo mannaro, corna contorte degne del miglior pagan horror e occhi carichi di furia omicida. Quando la creatura è illuminata e inquadrata con criterio, riesce a imporsi come una presenza effettivamente minacciosa, una sorta di messaggero infernale pronto a seminare caos e distruzione.
Peccato che la fotografia eccessivamente cupa che caratterizza gran parte del film finisca per nascondere l’efferatezza di molte scene, rendendo poco leggibili momenti che avrebbero potuto risultare più incisivi. Probabilmente una scelta dettata anche dai limiti del make-up, risolta con un insistito gioco di vedo/non vedo che però finisce per penalizzare il potenziale visivo della creatura. Curiosa, e inaspettatamente efficace, anche la presenza dei coniglietti mutati, che nonostante le dimensioni ridotte si rivelano piccole e feroci macchine di morte.
Il regista Dan Allen sfrutta con una certa efficacia la natura silenziosa e opprimente del bosco per costruire la tensione, trasformando alberi e ombre in una prigione naturale dove il pericolo può annidarsi dietro ogni angolo. Il messaggio ambientalista, con il mostro animalesco come punizione per i crimini dell’uomo contro la natura, arriva in modo chiaro, pur restando subordinato alle logiche di un horror di serie B.
Conclusioni finali
Bambi: La vendetta mantiene esattamente ciò che promette dal titolo, con tutti i limiti del caso. Quarto capitolo del The Twisted Childhood Universe, dopo i grotteschi riadattamenti di Winnie the Pooh e Peter Pan, prende un’icona dell’infanzia per eccellenza e la riconverte in un horror trash senza vergogna. Il cerbiatto amato da grandi e piccini diventa una macchina di morte mutante, dal design a tratti sorprendentemente efficace, capace di spaventare quando il film smette di nasconderlo dietro l’oscurità.
Una rabbia animalesca che incarna la vendetta della natura contro l’inquinamento per mano umana, con i protagonisti umani ridotti a carne da macello nel mirino di una creatura fuori controllo, pronta a tutto pur di ritrovare il cucciolo rapito. Ottanta minuti di cinema grezzo, sporco e cattivo, spesso zavorrato da limiti tecnici evidenti ma non privo di qualche guizzo inatteso, più efficace di quanto la sua stessa esistenza farebbe pensare.