Romy Mathis è una donna in carriera, madre di famiglia e sposata da quasi vent’anni con un rinomato regista teatrale, Jacob. Ma dietro quella patina di perfezione, la protagonista di Babygirl nasconde un’insoddisfazione crescente, che fatica persino ad ammettere a se stessa: non ha mai avuto un orgasmo con suo marito e ricorre spesso all’autoerotismo dopo aver fatto sesso per sentirsi completamente appagata.
Tutto cambia quando dopo l’incontro con Samuel, un giovane stagista appena arrivato nell’azienda dove lei lavora come CEO. Se non è un immediato colpo di fulmine, poco ci manca, e ben presto tra i due nasce un legame passionale che si consuma in camere d’albergo o in ufficio dopo l’orario di chiusura. Una relazione clandestina che rischia di compromettere per sempre ciò che Romy si era costruito con anni di sacrifici e fedeltà.
Babygirl: ritratto di signora – recensione
Il desiderio non è qualcosa che si possa facilmente catalogare, soprattutto quando a cercarlo con tutta se stessa è una donna che ha da sempre basato il suo stile di vita sul controllo e sull’ordine. Nella netta rottura tra l’immagine pubblica, ciò che deve rappresentare davanti agli occhi altrui – siano questi la famiglia o i colleghi – e quelle pulsioni private, Babygirl trova i suoi spunti più interessanti, salvo non mantenerli pienamente nel corso delle quasi due ore di visione.
In questo thriller erotico scritto e diretto da Halina Reijn, che ha dichiarato di essersi ispirata a classici del filone come Basic Instinct (1992), lo sguardo è ovviamente quello di un punto di vista femminile, con il desiderio e l’insoddisfazione tra le lenzuola che vorrebbero giocare su significati più o meno esistenzialisti per giustificare il tradimento coniugale. Ispirazioni psico-sessuali come detto non banali, ma che si risolvono in dialoghi didascalici e in una girandola di eventi non sempre verosimili fino a quell’epilogo destinato a rimettere le cose a posto.
Eccessi mal calibrati
Peccato che la sceneggiatura si perde spesso in provocazioni elementari, affidandosi unicamente o quasi alla performance di una Kidman che si mette letteralmente a nudo, memore della sua esperienza, ben più riuscita e intensa, in Eyes Wide Shut (1999) con l’allora marito Tom Cruise. Un’interpretazione per la quale l’attrice ha conquistato – per chi scrive un po’ generosamente – la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia nel 2024, e che risalta soprattutto per via dello scarso carisma del suo compagno di set e di “sex”, ovvero Harris Dickinson. A completare l’improbabile triangolo Antonio Banderas, che pur con molte candeline in più sul groppone ha ben altro fascino rispetto al giovane collega.
La regista non è tanto interessata all’adulterio in sé, bensì al modo in cui il desiderio riesce a incrinare un’identità costruita con minuziosa pazienza nel corso del tempo. Romy cerca una versione di se stessa che non è mai riuscita a esprimere, travisando nell’orgasmo il sogno di un domani finalmente libero da certe convenzioni, sociali e non. Le apparenze ingannano, con il matrimonio decostruito alla radice che si fa anche specchio di un sogno americano ben lontano dall’idillio di perfezione promulgato: in Babygirl gli spunti non mancano di certo, ma l’impressione è che vi fossero modi più sottili per raccontarli.
Conclusioni finali
L’erotismo quale forma di liberazione, l’orgasmo quale traguardo da raggiungere, tra simbolismi più o meno illuminanti sulla lotta dei sessi e l’emancipazione femminile. Babygirl ha ottime idee ma non le sfrutta pienamente, rischiando anzi a tratti di scivolare nello scult, con scene di sesso sadomaso più o meno improbabili tra una Nicole Kidman che si offre allo sguardo voyeuristico e un ben più anonimo Harris Dickinson.
Thriller solo sulla carta, il film è piuttosto una commedia nevrotica sul piacere, ambientata in un ambiente lavorativo dove qualsiasi relazione compromettente può significare un’immediata rovina e il confine tra paradiso e inferno diventa quanto mai labile. Ma lo scandalo potenziale avrebbe richiesto una maggior finezza di scrittura per risultare davvero efficace nell’affrontare le pur suggestive premesse.