A Taormina, in occasione dei Nations Award, Alessandra Mastronardi si racconta a cuore aperto ai microfoni di SuperGuidaTV. L’attrice ripercorre gli inizi della sua carriera, il successo de I Cesaroni e le emozioni vissute sui set di Cinecittà, riflettendo anche sulle profonde trasformazioni del mondo dell’audiovisivo e sulla precarietà che caratterizza il mestiere dell’attore. «Mentre il mondo corre sempre più veloce, io ho deciso di rallentare», confessa, spiegando come oggi scelga i progetti con maggiore consapevolezza. E non manca una curiosità personale: il primo acquisto fatto con il suo stipendio da attrice.
Intervista ad Alessandra Mastronardi ai Nations Award
Alessandra Mastronardi, benvenuta a SuperGuidaTV. Siamo a Taormina per i Nations Award. Che rapporto hai con la Sicilia?
«È un rapporto meraviglioso. Mi sento a casa, forse perché sono napoletana e, appena arrivo qui, ritrovo atmosfere che mi sono familiari. Venire a Taormina, in questa terra straordinaria, è sempre un regalo. È un dono che voi siciliani fate a noi: ci accogliete e ci fate sentire parte della vostra comunità. Per questo vi ringrazio.»
Che momento della tua carriera stai vivendo?
«Che bella domanda. Direi che è un momento molto riflessivo. Faccio questo lavoro in maniera professionale da circa vent’anni e nel frattempo il mondo è cambiato profondamente, compreso quello che ho conosciuto agli inizi della mia carriera.
Ho iniziato quando si girava ancora in pellicola, e sembra assurdo dirlo oggi, ma è davvero così. Il settore è cambiato tantissimo e non sempre mi riconosco completamente in questa nuova realtà. Per questo sto cercando di prendermi il mio tempo, sia nel lavoro sia nella vita privata.
Mentre il mondo corre sempre più veloce, io ho cambiato marcia e ho deciso di rallentare. Preferisco leggere con attenzione i copioni, valutare bene i progetti e capire dove porteranno. Oggi, purtroppo, uno dei problemi più grandi del nostro settore è proprio questo: riuscire a realizzare un film o una serie è già una conquista, ma fare in modo che poi vengano effettivamente distribuiti e raggiungano il pubblico è ancora più complicato. È un momento delicato.»
Un tema di cui parlano spesso i tuoi colleghi è la precarietà del mestiere dell’attore. Come la vivi? Hai mai pensato a un piano B?
«La precarietà è il volto stesso di questo lavoro. È qualcosa che devi accettare fin dall’inizio. Il mondo del cinema, della televisione e dell’arte in generale è per sua natura precario.
È inutile combattere contro questa realtà: bisogna imparare a conviverci. Certo, è faticoso. È difficile restare a casa ad aspettare una telefonata o continuare a credere nel proprio percorso quando tutto sembra fermo. A volte ti senti come se fossi l’unica persona a credere ancora in ciò che stai facendo.
Ma credo che faccia parte del mestiere. Quando poi arriva un film, una serie o uno spettacolo teatrale, ci metti tutta te stessa proprio perché sai quanto è preziosa quell’opportunità. Forse è proprio questa precarietà a diventare la forza che ti spinge ad andare avanti.»
Hai citato poco fa “I Cesaroni”. Cosa ricordi del tuo primo giorno su quel set? E cosa ti ha lasciato il personaggio di Eva?
«Eva mi ha dato tantissimo. Avevo 19 anni e avevo scelto di lavorare invece di proseguire gli studi. I primi mesi de I Cesaroni sono stati un vero salto nel vuoto per me. All’epoca ero iscritta al Centro Sperimentale di Cinematografia e non era possibile frequentare la scuola e lavorare contemporaneamente.
Oggi le cose sono diverse, ma allora era così. Ricordo che ero terrorizzata perché non avevo una formazione accademica alle spalle. Non avevo frequentato una scuola di recitazione e questa paura mi ha accompagnato per molti anni. Era una sorta di sindrome dell’impostore, e in parte credo di portarmela ancora dietro.
Ricordo però quella ragazza che entrava a Cinecittà e si ritrovava in un mondo magico. Nello stesso periodo, accanto ai nostri set, si giravano produzioni ambientate nell’antica Roma. Così, quando alle sei del mattino andavi al bar di Cinecittà per prendere un cappuccino, ti capitava di incontrare figuranti vestiti da antichi romani. Era davvero un universo straordinario. Nei primi mesi mi sembrava di vivere dentro un film di Federico Fellini: Cinecittà era esattamente come l’avevo immaginata, forse persino meglio. È un ricordo bellissimo. Peccato che oggi quell’atmosfera non esista più nello stesso modo.»
Un’ultima curiosità che faccio a tutti gli artisti: cosa hai comprato con il tuo primo guadagno da attrice?
«Con il mio primo vero compenso da attrice ho comprato un’automobile. Ho messo da parte i soldi con pazienza e, alla fine, sono riuscita ad acquistare una Toyota Aygo grigia. Ne ero orgogliosissima. Ogni mattina, alle cinque, mi portava da casa fino a Cinecittà per raggiungere il set. È stato il primo grande regalo che ho fatto a me stessa.»
Grazie mille.
«Grazie a voi.»