Un’enorme eruzione solare ha devastato il nostro pianeta, che ora non è più quello che conosciamo. La tecnologia è andata in tilt e le strutture sociali, economiche e politiche sono inevitabilmente collassate, trascinando il mondo intero nel caos. Sei anni dopo il giorno del disastro, l’Europa si ritrova frammentata in ampie zone gestite da bande armate, facenti spesso capo a crudeli signori della guerra.
Jake, il protagonista di Afterburn, è un ex soldato che si guadagna da vivere come cacciatore di tesori, recuperando per conto di ricchi committenti dei bottini di immenso valore, artistico e non: è un individuo pragmatico che vive in solitudine su una barca insieme all’amato cane. Tutto cambia quando August Valentine, autoproclamato Re d’Inghilterra, gli chiede di andare in Missione per riportargli nientemeno che la Gioconda, nascosta in un luogo segreto in terra francese; in cambio Jake avrà tutto ciò che gli serve per sistemare la sua imbarcazione/casa. Ma la missione, come prevedibile, si rivelerà molto più complicata del previsto.
Afterburn: corsa contro il tempo – recensione
Un’apocalisse solare, una Francia trasformata in terra senza legge e Dave Bautista che si muove come un possente fantasma nelle macerie del di ciò che era. Tutte le dinamiche per un classico post-apocalittico di serie B erano presenti in Afterburn – accompagnato non a caso nella versione italiana dal sottotitolo Dopo l’apocalisse – e in buona parte sono state rispettate, con alcuni momenti che omaggiano gustosamente il genere nella sua anima più ludica e piacevolmente on the road.
Peccato che i gradevoli spunti action non siano supportati da una sceneggiatura che se da un lato a tratti è volutamente caricaturale – a cominciare dal cattivissimo villain interpretato da Kristofer Hivju, barbuto volto di Tormund in Game of Thrones – in altri passaggi si fa inutilmente seriosa, fino a quell’epilogo fin troppo accomodante che avrebbe necessitato di maggior personalità per dirsi congruo a quanto visto.
Strano a dirsi giacché in fase di adattamento ha collaborato anche Nimród Antal, che a inizio carriera aveva firmato nelle fasi di regista un bellissimo thriller visionario quale Kontroll (2003), e alla base vi era la graphic novel di Scott Chitwood, Paul Ens e Wayne Nichols, materiale sicuramente più raffinato di questa trasposizione cinematografica.
Afterburn: a che ora è la fine del mondo
Dietro la macchina da presa troviamo J.J. Perry, ex stuntman passato alla regia che aveva già diretto Day Shift – A caccia di vampiri (2022) e The Killer’s Game (2024), quest’ultimo inizio della sua collaborazione con Bautista, qui coadiuvato per l’occasione da un’altra eroina del filone come Olga Kurylenko e con Samuel L. Jackson nelle vesti di mandante / guest-star.
Qualche passaggio divertente fa capolino, tra inseguimenti furiosi su quattro ruote e continue esplosioni, ma l’impressione è che la sceneggiatura si sia ridotta una derivativa rimasticazione di archetipi incentrata sul puro intrattenimento vagamente pulp, senza approfondire le potenziali sfumature insite nella storia e nei suoi protagonisti.
Anch il paesaggio slovacco, spacciato come una Francia post-apocalittica, è un palcoscenico relativamente anonimo, tra una natura monotona e casermoni diroccati che si emergono qua e là nella boscaglia, a suggerire – almeno nelle intenzioni – l’idea di un mondo che ha ormai perso i propri punti di riferimento. Ma ad averli smarriti, sembra più il film stesso.
Conclusioni finali
Un post-apocalittico di serie B che si affida al fisico, sempre massiccio ma non più esplosivo come un tempo, di un Dave Bautista che si muove da un posto all’altro senza una reale cognizione di causa, impegnato in una missione che assumerà risvolti imprevisti in una Francia fittizia dove dominano caos e violenza.
Nonostante qualche trovata divertente, Afterburn vive su una sceneggiatura fin troppo stereotipata, fragile adattamento di un fumetto che nascondeva ben altre suggestioni, qui sacrificate all’altare del classico intrattenimento da streaming, action di routine a basso budget che punta più sull’eterogeneo cast che sugli effettivi mezzi produttivi.