C’è un tema che, prima o poi, viene alla luce in numerose famiglie, ovvero la decisione su come comportarsi con un genitore anziano ormai incapace di badare a se stesso. Una questione esistenziale, che in breve tempo è capace di far saltare equilibri tenuti per decenni e di far riemergere rancori che si credevano sepolti, soprattutto in quei nuclei numerosi dove le rivalità tra fratelli sono all’ordine del giorno.
Cesc Gay, regista e sceneggiatore spagnolo, aveva già dimostrato con Truman – Un vero amico è per sempre (2015) e Sentimental (2020) di saper raccontare un’umanità autentica mettendola alle prese con situazioni apparentemente ordinarie. 53 domeniche, adattamento della sua stessa pièce teatrale, condensa questo suo dono della sintesi in ottanta minuti di visione che richiamano i connotati di un certo cinema leggero iberico.
53 domeniche: fino alla prossima puntata – recensione
Al centro della vicenda vi sono tre fratelli. Victor è il maggiore, un avvocato di successo che tende a vantarsi dei suoi traguardi e ha appena scritto un romanzo; Natalia è una professoressa universitaria responsabile che cerca di gestire la riunione di famiglia; infine Julian è un attore squattrinato con più tempo libero rispetto agli altri.
Il film si basa su una struttura prettamente da palcoscenico, con un’unica ambientazione dove hanno luogo queste accese discussioni tra consanguinei. Tra mezze verità e omissioni strategiche, si muove una visione rapida e cinica, il cui corposo background viene introdotto nel prologo. Prologo affidato al personaggio di Carolina, moglie di Julian che rompe la quarta parete e dialoga a tu per tu con lo spettatore, mettendolo al corrente delle dinamiche in atto tra questa famiglia degli orrori e degli errori.
Verità e bugie
Spettatore prossimo a essere testimone di serrati scambi di battute e opinioni, come se stesse origliando una conversazione che non lo riguarda ma alla quale viene “costretto” ad essere ugualmente partecipe. Il merito di questa sensazione è di una scrittura tagliente e ritmata, capace di far emergere il grottesco e un sano cinismo, tipico di certo cinema spagnolo più o meno contemporaneo.
Certamente Almodóvar o de la Iglesia sono lontani, e le trovate per quanto gradevoli non raggiungono mai quei picchi in grado di far sobbalzare chi guarda, a parte un epilogo che chiude il cerchio in maniera parzialmente inaspettata. Con un cast sul pezzo, nel quale spiccano le figure femminili – dalla moglie raccontante di Alexandra Jiménez alla sorella di Carmen Machi, 53 domeniche ha il merito di non perdersi in sottotrame inutili, facendosi forza sulla sua brevità. Brevità che è si un pro ma anche un contro, in quanto impedisce al film di essere qualcosa di più di un veloce titolo scacciapensieri da vedere quando si ha poco tempo a disposizione.
Conclusioni finali
Un racconto che vive su un umorismo figlio dell’imbarazzo e di dinamiche passive-aggressive, piuttosto che esasperarsi nel grottesco pur presente. Un’operazione modesta nelle proporzioni – a cominciare dalla durata assai ridotta inferiore agli ottanta minuti – ma precisa nell’intento, che scorre con amara leggerezza sulle fragilità di una famiglia sui generis.
Adattamento dell’omonima pièce teatrale, 53 domeniche è un film che vive su dialoghi sferzanti e rapporti al limite, nevrotico pur senza mai cedere totalmente a quell’anima pulp, che avrebbe potuto rinvigorire qua e là i passaggi potenzialmente più tediosi di questa resa dei conti tra le mura domestiche.